Excerpt for Il Vuoto e la Materia, ovvero io - Delirio di una diciassettenne by Fabia Scali-Warner, available in its entirety at Smashwords



Fabia Scali-Warner

Il Vuoto e la Materia

ovvero io

Delirio di una diciassettenne

Edizione critica

Copyright Delirium Ed.It

2011

Published by Delirium Ed.It

Publishing at Smashwords

***



Introduzione



Il testo qui presentato è stato scritto tra l'autunno del 1999 e la primavera del 2000; all'epoca avevo 17 anni, ed ero confusa e stupida come solo gli adolescenti sanno essere. Rimettere mano a questo materiale oggi mi provoca sorrisi di imbarazzo nel leggere le ingenuità presenti nel testo; eppure il nucleo della personalità che ha generato l'opera è rimasto lo stesso.

Parlo di personalità proprio perché sin dalla sua origine questo testo non ha voluto essere altro che un grido volto a dimostrare un'esistenza, una volontà di esistere; seppur con il nichilismo e la contraddittorietà di una diciassettenne che ha insistito per una pubblicazione, salvo poi mantenerla assolutamente segreta anche presso compagni di scuola e professori. Da ciò il sottotitolo Delirio di una diciassettenne, inserito a posteriori.

In queste pagine non troverete gemiti e singulti pruriginosi né sospiri nei confronti di un agognato, roseo futuro di velina; solo il labirinto mentale di chi non riusciva, e non è mai riuscito, a ritrovarsi negli schemi di comportamento previsti dall'età e dal ruolo.



Fabia Scali-Warner (Giugno 2010)









To Portrait



PARTE PRIMA



Ho cercato di restare immobile

anche quando non mettevo a fuoco il vuoto...



Bluvertigo



Un giorno di Novembre



Dopo aver contemplato con orrore il nero baratro vorticoso del vuoto della morte, vado a cercare la mia personalità, che da lungo tempo giace abbandonata e languisce in foreste di specchi infranti, sperando e pregando tutti gli dei in cui non credo di trovarne una.

Scopro con allucinata costernazione la mia natura di spugna, il mio nucleo è sepolto troppo in profondità per poterne riesumare il cadavere, annego nel mio vuoto che rasenta l'assoluto nella sua precarietà. La mia enteronevrosi mi comunica ciò che già so, cioè che qualcosa non va, potrebbe anche tacere.

Vago in disperate ricerche di persone interessanti e/o particolari (“tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri” Orwell dixit), e davanti a me non trovo altro che la mia desolante opprimente banalità intinta ed intrisa di superbia per celare ciò che non sono.

Il mio pensiero si perde nel vellutato nulla infrastellare, forse non muoio, trascendo, ma un'esistenza senza perno appare futile come una goccia di pioggia sola in un deserto.

Raccontarmi prostituendomi sul mercato del libro come una puttana mentale che gode dell'attenzione può anche avere un suo fascino; basterebbe sapere che cosa si vende; sono forse pura forma o la materia prima aperta ad ogni Demiurgo che il caso mi pone davanti? Ma cos'è l'essenza?

Forse le parole che simili a tele di ragno ricoprono il foglio non dovrebbero vedere la luce, spregevoli insulse imitazioni di concetti espressi ripetutamente più volte sempre uguali; più riverso il mio vuoto sul mondo più assorbo, sarebbe opportuno darsi all'autismo?

Sono una macchina risolvi-problemi, inserisci un foglietto e la soluzione ti sarà data, ragione e realtà vivono una mirabile frattura, ma la filosofia non è forse schizofrenica, logica nei suoi sillogismi basati su premesse arbitrarie, sicura di aver attinto all'universale?

Si può costruire un'esistenza degna di questo nome sul dubbio (scettico, non metodico)? Il vuoto si colma o è sempre semplicemente attraversato, labile in tutto eccettuata la sua volubilità? Però la vita di un aspirapolvere ha un che di anticonformista. O rappresenta la più alta vetta di ascesi concepibile?

Forse riuscirei ad accettarmi se riuscissi ad acquisire la certezza dell'esistenza. Il mio pensiero è veramente mio? Le mie emozioni a chi appartengono? Esiste l'originalità? Non potrei confermare la mia vacuità meglio di quanto non abbia già fatto con la mia domanda.

La mia apatia brucia più di ogni depressione. Sento; la depressione distrugge pure l'impressione di stare male; non posso dire che non mi importi di nulla; ma chi si celi dietro al cervello lucido (si fa per dire) e più o meno razionale che coabita con me è la curiosità tra le più logoranti che quella che penso di essere abbia mai provato.

Si può annientare il nulla con il niente, esiste cura omeopatica al mio male? I miei esercizi letterari sono come le copie che i pittori fanno dei loro predecessori per imparare la tecnica, o attendo solo qualcuno che riconosca della materia nella mia etereità?

Ora trovo la mia sincerità sconcertante. Le maschere che cadono pacate non fanno che celarne altre. C'è qualcuno che abbia il coraggio di guardare nell'assenza che ho dietro la pelle per esporre alla luce le mie cicatrici virtuali?

Potrei andare avanti per ore. Ma a chi possono interessare i vaneggiamenti esistenzialisti di una comune diciassettenne? Oltre la falsa modestia, sottilmente potrei anche fare un vanto del vuoto che sembra essere la mia principale caratteristica. Intimamente potrei (io?) anche sperare di essere un unicum. Vuota e me ne vanto. Sembra un manifesto politico-pubblicitario.

Zitella dentro, serena di fuori, quando ci si innamora di un'immagine lo spazio è profondo, il desiderio di possesso è l'icona delle falle dell'animo; ma gli stessi atomi sono ragnatele di energia nel caos del nulla.

Ormai messa a nudo, ho intenzione di tacere. Buonanotte, arrivederci.



Depressione stagionale: primi di Dicembre



Provo l'impulso disperato a fare qualcosa, sostituire l'agire al subire, del resto non accetto i miei limiti né quelli dell'uomo, scorrettezza ontologica da parte del divino, e libero la mia stravagante ambizione. In fondo perché mai andrebbe repressa? Se desidero la presidenza degli Stati Uniti o il Nobel per la letteratura conto di meritarmeli.

Ma io non sono che il vuoto. Verità molteplice, unità mendace, estrema nella medietà e media alle estremità trovo la mia esasperante ambiguità più vicina all'assoluto che allo stereotipo, poi inverto i ruoli (che non esistono) e mi dispero per la mia piattezza.

La mia ricerca di originalità sfocia sempre in copie maldestre, la consapevolezza della mia banalità senza speranza più che conforto è un martellante atto di accusa. Ho le potenzialità di ciò che desidererei essere e non riesco a svilupparle, forse perché non sono mie.

Più assorbo più mi spavento. Paura e frustrazione sono le mie compagne di viaggio lungo gli anni. Un giorno mi ritroverò sola, vuoto nel vuoto, nulla al nulla, bagaglio di tutto e priva di tutto perché avrò aspirato a ogni cosa. Ed allora il cosmo non sarà altro che un mio sogno ed assurta al divino vaneggerò i miei deliri e delirerò i miei vaneggiamenti finché qualcuno non prenderà il mio posto e mi butterà giù dal trono della Vacuità.

Non posso amare la realtà. La assorbo e non sono narcisista. Mi innamoro solo di un'etereità mia creatura più evanescente di me e più fragile di un pensiero dimenticato, inconsistente come la luna sul mare e sulla rugiada, bellissima e condannata alla caducità per il suo irreale splendore.

Attendo qualcuno che osi contemplare il vuoto e cercare in esso qualcosa che lo smascheri e che lo costringa una buona volta a prendere forma, a compromettersi senza patteggiamenti, a perdere l'assoluto per rinunciare al niente; attendo qualcuno che mi imprigioni in me stessa per evitarmi di disperdermi negli altri, imponendomi la mia esistenza.

Potrei tacere per non essere fraintesa, rendermi incomprensibile per giocare al genio incompreso e nuovamente fingermi ciò che non sono; ma il silenzio può essere interpretato, scrutato, violentato e, nuovamente, frainteso; tutti i geni sono incompresi, tutti gli incompresi sono geni? Non vengo capita o fingo di non capirmi per non dover accettare l'esistenza di ciò che io stessa non comprendo?

Ostentare il nulla per coprire la sovrabbondanza di limiti e difetti, forse non sono più vuota di chiunque altro, forse tutti sono tutto tranne che loro stessi, forse rifletto gli altri solo quando si incastrano opportunamente nei fori del mio animo, forse ciò che vedo negli altri è solo il fantasma di ciò che ignoro in me.

Accettare il nulla parziale è altrettanto sconvolgente del contemplare lo zero assoluto: la libertà comporta colpe oltre che meriti, e dunque solo io sono da biasimare se non sono nessuno, se non sono originale, se non ho bellezza e non so crearla.

La mediocrità incarnata è un assoluto? Potrà mai esserlo? Esiste il punto medio? In cosa si differenzia dallo zero? Ammessa la mia esistenza non trovo che squallore. Il vuoto aveva almeno il fascino dello zero e dello sconcertante, il punto medio non ha che il conforto del concetto limite.

Perdersi in elucubrazioni post-filosofiche, ammazzare il tempo massacrandosi dentro con la violenza di luci artificiali ed artificiose, è forse strano che io abbia l'impressione di sprecare la mia vita? Dove voglio andare? Dove ci si aspetta che arrivi? Chi punta su di me, chi scommetterà in mio favore che non mi siederò per terra ad aspettare che la terra si muova al posto mio per paura di andare nella direzione sbagliata?



Solstizio d'inverno



Sotto un pallido slavato sole invernale ho combattuto la mia battaglia esistenziale e vittoriosa ho rivendicato le mie proprietà, che l'inesauribile nulla dentro di me corrodeva ed insidiava con tutta la forza devastante della necessità apparente.

Ho delineato le mie costellazioni nel vuoto infinito, ragnatele di luce ora formano i complessi incantesimi che mi sostengono, mentre faticosamente mi riprendo e covo con una certa gelosia gli embrioni di stelle che sono nate spontanee ed inaspettate nel buio assoluto della notte dell'incertezza.


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