DE SUINA INMOLATIONE
CHRONICA DE PULCHERRIMA AC UTILLIMA AC SOLACHIOSISSIMA MACTATIONE SUIS
ET
DE FRACTIONE SALAGIONE INPEPAMENTO AC INDUCTIONE CARNIS SUINAE IN ILLAS SACCULAS APTAS AD SALAMINA CHOTECHINA SOPPRESSATAS CAPUTCOLLA ET OMNIA ALIA SALUMINA FACIUNDA STAGIONANDA EDENDAQUE
Italicis Versibus Endecasillabis
Inscripta
A
M. Mungario Crotonense
Clerico Filio Almae Matris
Bononiensis Universitatis
Incipuit
A.D. MMVI X Id. Oct.
Copyright Delirium Ed.It
2011
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Cover by
Astrella Consalvo
***
I
Musa, prole diletta del Tonante
Dio che in Campidoglio regna e impera,
Volgi lo sguardo a me, che vagolando
Entro l’umano error, a te sospiro
Un canto. Tu che gli alti ed inviolati
Pascoli d’Elicona calchi eterea,
Tu che sai del Cefiso e del Cladeo
Il mormorio negato alle mortali
Menti, tu che contempli le Parnassie
Greggi di Febo tra le sacre balze,
Sii del poeta guida, mio conforto,
Nelle mie membra infondi la tua grazia
Ch’alto levar fe’ il canto del beota
Cantor d’opere e giorni, che al romano
Figlio di Mantua fe’ plasmar ne’ versi
L’opra fruttuosa d’api e di bifolchi;
Ardito è il mio desio, aspro il sentiero,
Lacrimosa la strada di chi brama
In italici versi far memoria
Del più santo, virtuoso e prezioso
Animal che la soffice pianura,
Dai numi data al pasco degli armenti,
Calca, e fa feconda e ricca e piena
L’anima e la dispensa del villano
Che lo conforti con paterna cura.
Musa, guida la mano e l’intelletto
Nell’ardua impresa al maiale rivolta,
Del sublime suin sarà cantato
Il nome antico, il nobile casato,
Indi i costumi regi e preziosi,
Il desco, il sentimento ed il sollazzo.
Seconda nel mio canto sarà l’opra
Inclita del norcino sacerdote
Del suino mistero, del divino
Mutar l’opera viva in arte pura.
Musa, io pellegrino a te mi volgo
E accingo l’opra ardita. Sia il poeta
Non troppo aspro né troppo tedioso
Nel suo versificar, ma sia il suo canto
Dolce, saziante, nutriente e ghiotto
Come la polpa del parmense antico
Mirabile prosciutto del Consorzio.
Nome fu dato dalla greca gente
Alla nobil proteica creatura
In simulacro della mormorante
Brezza di Febo tra i pini d’Olimpo,
Della ridente riva mattutina
Del fresco Ilisso, come di un sorriso
Di nobile fanciulla. Dall’italica
Frugifera pianura un dì sovvenne
Purpureo l’invasore di latina
Stirpe ed idioma: e fu che la costretta
Grecia fe’ assiso al piè suo l’invasore.
Dolce e soave il nome fu serbato
Nella favella del Roman pugnante,
Dell’aspra guerra più soave spoglia
Fu ai Cesari il bel nome del maiale:
Suino fu, per Roma e pel futuro.
Donde provenne l’altro appellativo
Con cui nomea l’italica favella
La rosea bestia, questo ahimè l’ignoro:
Forse la celta gente, forse i Cimbri
O i Marcomanni, o i Turchi o i Celtibèri
Furono padri del dolce nomaggio
Che fe’ “maiale” icona del suino?
Niun lo sa: ma certo fu poeta
L’anonimo geniale ideatore
D’un tale appellativo, sì gradito
A chi lo proferisce e a chi lo ascolta,
Dolce come soave mortadella,
Solare, luminoso sussurrante
Eppure maschio, come culatello
Ben stagionato alle padane nebbie,
Riempie ed appaga le bramose fauci
Di chi devotamente lo pronuncia.
Vuolsi così che il dolce animaletto
Dal rubicondo aspetto, di suina
Specie sia detto, e di nome maiale:
Pure, v’è chi lo appella in altro modo,
Con voce di anglosassone ascendenza,
Dal suono aspro e robustoso e forte:
Porco lo dice, arrotando la bocca
E con le labbra figurando un tondo.
Se di dolcezza tale nome è privo
Pure, esso genera un vezzeggiativo
Assai pieno di grazia, che ben rende
L’indole dolce del roseo suino:
Se porco è nome rustico e villano,
Porcello è dolce come capicollo.
***
II
Che la brumal pianura d’Eridano,
Pasco d’armenti opimi, d’ogne frutto
Della feconda terra ospizio e madre,
Fosse così qual è – fresca d’inverno,