Excerpt for La stima immobiliare by ediedil, available in its entirety at Smashwords


[LA STIMA IMMOBILIARE]





















Graziano CASTELLO



FONDAMENTI PRATICI PER LA VALUTAZIONE DELLA PROPRIETÀ IMMOBILIARE




Lineamenti disciplinari


Le stime principali nella pratica professionale


Cenni di stime legali


Tavole di utilità aggiornate














A QUESTO EBBOK È COLLEGATO IL

SOFTWARE STIMM 1.0












[BREVE INTRODUZIONE]










Un libro di fondamenti presuppone un linguaggio: semplice, chiaro, immediato e che possa essere compreso anche da chi ha “dimenticato” le proprie nozioni in materia o, anche, da chi né è completamente a digiuno, oppure, essere letto anche da persona esperta che intenda sintetizzare il proprio sapere in un determinato campo.

Il testo che segue è stato scritto “interamente” con questa filosofia. Siamo però perfettamente coscienti che l’estimo oggi si è internazionalizzato e ha abbracciato a piene mani la statistica e, quindi, nuove strade. Si è, in altre parole, evoluto. Tuttavia l’evoluzione proviene dalla scuola americana e, questa, non è molto aderente alla realtà della scuola estimativa italiana, o meglio, per non offendere nessuno, diciamo che la disciplina “fuzzy” ha raggiunto una tendenza allo scientifico sempre più raffinata, tale da assumere una complessità crescente che rende incomprensibile la materia al neofita o a chi voglia rimetterci mano o a chi voglia fare sintesi del proprio sapere (in pratica i soggetti destinatari del libro che abbiamo citato in precedenza).

Vogliamo, quindi, mantenere questo testo così com’è, come è nato nel lontano 1998, aggiornandolo soltanto delle questioni imprescindibili e segnalando le novità in corso alle quali eventualmente rifarsi per un approfondimento. Tutto questo affinché sia un testo pratico (davvero pratico, non solo nelle intenzioni) che consenta di entrare nella materia estimativa dalla porta principale.

Non vuole però essere un banale elenco di perizie estimative da copiare (non troverete nemmeno un esempio di questo tipo) ma degli attrezzi elementari che permettano a chiunque di capire cosa sono le stime e poterle così, facilmente predisporre.

Ci perdonino, pertanto, i soloni e gli accademici dell’estimo contemporaneo se trascuriamo nel testo i concetti della scuola americana oggi in voga, dedicheremo e approfondiremo la tematica in un prossimo trattato di estimo, questo testo è nato così e, così, vuole continuare ad avvicinare persone alla materia; con la semplicità e la chiarezza concettuale che ha sempre contraddistinto la scuola italiana.

Buona lettura.



























PARTE 1.

LINEAMENTI DISCIPLINARI
















1.1.1

BISOGNI, BENI E UTILITÀ

[CAPITOLO 1.1 BREVI CENNI DI ECONOMIA]







L'eco­no­mia og­gi do­mi­na la vi­ta so­cia­le, è la ba­se di ogni va­lu­ta­zio­ne. Ma cos'è l'e­co­no­mia? Di que­sta pa­ro­la so­no sta­te da­te nu­me­ro­se de­fi­ni­zio­ni, for­mal­men­te dif­fe­ren­ti, ma so­stan­zial­men­te ugua­li. Pos­sia­mo uti­liz­za­re la de­fi­ni­zio­ne da­ta dal Can­nan, am­plian­do­ne il con­cet­to: "L'eco­no­mia è lo stu­dio di quan­to for­ma il be­nes­se­re ma­te­ria­le e spi­ri­tua­le dell'uo­mo". Pos­sia­mo an­che di­re che il be­nes­se­re vie­ne rag­giun­to dall'in­di­vi­duo, quan­do egli ri­e­sce a sod­di­sfa­re i pro­pri bi­so­gni cor­po­ra­li e men­ta­li per mez­zo di be­ni do­ta­ti di una cer­ta uti­li­tà. In eco­no­mia quin­di, il con­cet­to di bi­so­gno non si dis­co­sta da quel­lo co­mu­ne­men­te usa­to nel lin­guag­gio par­la­to di tut­ti i gior­ni. Il bi­so­gno è de­fi­ni­bi­le co­me uno sta­to di in­sod­di­sfa­zio­ne del cor­po o del­la men­te che ne­ces­si­tà di su­pe­ra­men­to e so­lu­zio­ne. Se nel mon­do non esi­stes­se la scar­si­tà dei be­ni do­ta­ti di uti­li­tà e quin­di in gra­do di sod­di­sfa­re i bi­so­gni di ogni in­di­vi­duo, non esi­ste­reb­be­ro le scien­ze o le di­sci­pli­ne e­co­no­mi­che (tra cui ri­en­tra, seb­be­ne in ma­nie­ra ano­ma­la, an­che l'esti­mo). In un mon­do do­ve l'ab­bon­dan­za fos­se il ver­bo, nes­su­no avreb­be la ne­ces­si­tà di muo­ve­re un'azio­ne eco­no­mi­ca; ogni co­sa di cui il sin­go­lo aves­se bi­so­gno si tro­ve­reb­be a sua dis­po­si­zio­ne per mez­zo di de­ci­sio­ni im­me­dia­te. Ma, pur­trop­po, nel mon­do esi­ste il con­cet­to di scar­si­tà, che è la ra­gio­ne fon­da­ti­va dell'esi­sten­za di una scien­za che si oc­cu­pi di eco­no­mia.

Ab­bia­mo per­tan­to, in­di­ret­ta­men­te in­tro­dot­to il con­cet­to di be­ne eco­no­mi­co co­me qual­sia­si co­sa che ab­bia la ca­pa­ci­tà di sod­di­sfa­re un bi­so­gno dell'uo­mo e pos­sie­da quin­di, un'uti­li­tà. I be­ni nel mon­do non so­no ab­bon­dan­ti, an­zi il con­cet­to stes­so di scarsità1 con­fe­ri­sce lo­ro la qua­li­tà pro­pria di be­ne eco­no­mi­co. Se con­si­de­ria­mo l'aria, ad esem­pio, es­sa ha ca­rat­te­ri­sti­che, per ora, di ab­bon­dan­za. Nes­su­no, do­ta­to di ap­pa­ra­to re­spi­ra­to­rio nor­ma­le, de­ve com­pie­re sfor­zi par­ti­co­la­ri per re­spi­ra­re l'aria, an­zi è un ge­sto in­vo­lon­ta­rio e per­si­no nep­pu­re ap­pa­ren­te­men­te de­ci­so co­scien­te­men­te. L'aria per­ciò non è un be­ne eco­no­mi­co, è un be­ne pre­zio­so da sal­va­guar­da­re (ma que­sto è un al­tro dis­cor­so…), ma non ri­en­tra in que­sta ca­te­go­ria pro­prio per la sua ab­bon­dan­za che eli­mi­na in lei il con­cet­to eco­no­mi­co. Non es­sen­do un be­ne eco­no­mi­co, per l'aria non c'è mer­ca­to: non c'è una do­man­da di aria (tut­ti ce l'han­no), non c'è un'of­fer­ta di aria (chi ri­nun­cia a par­te del­la sua aria, quan­do tut­ti pos­so­no aver­la?). I be­ni eco­no­mi­ci so­no 'scar­si' per­ché non esi­sto­no da so­li, ma van­no pro­dot­ti con il la­vo­ro dell'uo­mo. Sen­za la­vo­ro non esi­sto­no be­ni eco­no­mi­ci. Pos­sia­mo per­tan­to di­re che, ol­tre al­la scar­si­tà, al­tra ca­rat­te­ri­sti­ca spe­ci­fi­ca di un be­ne eco­no­mi­co può es­se­re con­si­de­ra­to "il la­vo­ro". Esi­ste quin­di, un com­ples­so rap­por­to tra pro­du­zio­ne, be­ni e con­su­mi, il qua­le rap­pre­sen­ta il 'gio­co' mon­dia­le dell'eco­no­mia.

L'uti­li­tà, se ne de­su­me per quan­to det­to fi­no ad ora, è la pro­prie­tà ca­rat­te­ri­sti­ca di un be­ne eco­no­mi­co di­ret­ta a sod­di­sfa­re un bi­so­gno dell'uo­mo. Po­co im­por­ta se il bi­so­gno sia ne­ces­sa­rio, su­per­fluo o per­si­no vi­zio­so, l'im­por­tan­te è che l'uti­li­tà del be­ne eco­no­mi­co sia in­ gra­do di sod­di­sfa­re il de­si­de­rio o lo sta­to di bi­so­gno dell'in­di­vi­duo. L'uti­li­tà va­ria in­fat­ti da per­so­na a per­so­na, e va­ria col tem­po e le cir­co­stan­ze. Le scien­ze eco­no­mi­che che si de­di­ca­no al mer­ca­to han­no il com­pi­to di stu­dia­re i de­si­de­ri de­gli in­di­vi­dui o per­si­no, di con­di­zio­nar­li per mez­zo di sol­le­ci­ta­zio­ni oc­cul­te. Per evi­ta­re ogni equi­vo­co mo­ra­li­sti­co ri­guar­do all'uti­li­tà, Pa­re­to ri­nun­ciò per­si­no a uti­liz­za­re il ter­mi­ne 'uti­li­tà', in fa­vo­re di un ter­mi­ne più ap­pro­pria­to an­che se po­co usa­to, egli pre­fe­rì: "ofe­li­mi­tà", vo­ca­bo­lo gre­co dal me­de­si­mo significato2.







1.1.2

IL MERCATO

[CAPITOLO 1.1 BREVI CENNI DI ECONOMIA]


[CAPITOLO 1.1 BREVI CENNI DI ECONOMIA]








I be­ni eco­no­mi­ci 'scar­si' e re­pe­ri­bi­li so­lo gra­zie al la­vo­ro 'pro­dut­ti­vo' dell'uo­mo ven­go­no scam­bia­ti tra gli in­di­vi­dui. Chi pro­du­ce un be­ne, ce­de par­te del pro­prio pro­dot­to in cam­bio di una ric­chez­za ge­ne­ra­ta da al­tri. Il luo­go de­pu­ta­to al­lo scam­bio dei be­ni, ove si sta­bi­li­sce un prez­zo per gli stes­si vie­ne co­mu­ne­men­te de­fi­ni­to co­me mer­ca­to. Ap­pa­re chia­ro che pos­so­no esi­ste­re in­fi­ni­ti mer­ca­ti, clas­si­fi­ca­bi­li in ba­se all'area geo­gra­fi­ca al qua­le ap­par­ten­go­no o in ba­se al pro­dot­to in es­si com­mer­cia­to. La sud­di­vi­sio­ne più si­gni­fi­ca­ti­va, dal pun­to di vi­sta eco­no­mi­co, con­si­ste nel­la strut­tu­ra­zio­ne su ba­si con­cor­ren­zia­li. Vie­ne de­fi­ni­to mer­ca­to di con­cor­ren­za, quel­lo ca­rat­te­riz­za­to dal li­be­ro in­gres­so di chiun­que ab­bia un pro­dot­to o un be­ne da smer­cia­re e di chiun­que ab­bia la ne­ces­si­tà di ac­qui­sta­re qual­co­sa. Tut­to in ma­nie­ra ta­le che nes­su­no ab­bia pre­va­len­za su­gli al­tri e pos­sa con­di­zio­na­re in al­cu­na ma­nie­ra, per po­ten­za eco­no­mi­ca, po­li­ti­ca o al­tro, il prez­zo che si sta­bi­li­sce sul mer­ca­to, ma que­sto ven­ga de­fi­ni­to dal li­be­ro gio­co del­la do­man­da e dell'of­fer­ta. Ap­pa­re chia­ro che un mer­ca­to di que­sto ti­po è pos­si­bi­le so­lo per i be­ni na­tu­ra­li, i qua­li ven­go­no pro­dot­ti per sem­pli­ce ela­bo­ra­zio­ne dell'uo­mo, ma la qua­li­tà de­gli stes­si e po­co de­ter­mi­na­ta da es­so. Un mer­ca­to con­cor­ren­zia­le è an­che pos­si­bi­le, so­lo per aree geo­gra­fi­che mol­to ri­stret­te, nel­le qua­li le no­ti­zie sul­la do­man­da e l'of­fer­ta, sia­no im­me­dia­ta­men­te dif­fon­di­bi­li. Esi­stes­se­ro per uno stes­so iden­ti­co pro­dot­to due prez­zi di­ver­si, sa­reb­be evi­den­te la pre­sen­za con­tem­po­ra­nea di due mer­ca­ti, nei qua­li la for­ma­zio­ne del prez­zo è sta­ta con­di­zio­na­ta da fat­to­ri di­ver­si dal­la sem­pli­ce re­la­zio­ne tra do­man­da e of­fer­ta. I be­ni in­du­stria­li, al con­tra­rio, so­no le­ga­ti a leg­gi eco­no­mi­che di­ver­se. La qua­li­tà è in­ti­ma­mente le­ga­ta al­le scel­te dell'im­pren­di­to­re, co­sì co­me la do­man­da può es­se­re con­di­zio­na­ta da for­me di im­po­si­zio­ne in­di­ret­te, qua­li la pub­bli­ci­tà. Esi­ste un'in­fi­ni­tà di be­ni, dal­la dub­bia uti­li­tà, che ven­go­no im­mes­si sul mer­ca­to con suc­ces­so e per i qua­li il prez­zo vie­ne sta­bi­li­to dal pro­dut­to­re in ba­se al­le sue scel­te o per­si­no al­le sue pre­vi­sio­ni di do­man­da. Que­sti mer­ca­ti ven­go­no de­fi­ni­ti oli­go­po­li­sti­ci do­ve non esi­ste una con­cor­ren­za per­fet­ta, ma i pro­dut­to­ri pos­so­no in­ci­de­re sul prez­zo dei be­ni gra­zie al­la lo­ro uni­ci­tà. Nei mer­ca­ti con­cor­ren­zia­li il prez­zo ten­de al co­sto di pro­du­zio­ne ed è sog­get­to ad al­cu­ne leg­gi ma­te­ma­ti­che che ne re­go­la­no la for­ma­zio­ne; nei mer­ca­ti oli­go­po­li­sti­ci il prez­zo vie­ne ret­to dal­la qua­li­tà, ed è es­sa che ne re­go­la la for­ma­zio­ne. Si può ri­ca­va­re da que­sta dis­ser­ta­zio­ne sul­le dif­fe­ren­ze tra mer­ca­to con­cor­ren­zia­le e mer­ca­to oli­go­po­li­sti­co, che quest'ul­ti­mo è ti­pi­co dei pro­dot­ti in­du­stria­li, i qua­li deb­bo­no ave­re par­ti­co­la­ri ca­rat­te­ri­sti­che di qua­li­tà e di uni­ci­tà (nic­chie di mer­ca­to) per po­ter es­se­re scam­bia­ti. Da ciò di­scen­de la dif­fi­col­tà per un im­pren­di­to­re co­mu­ne a di­ven­ta­re 'in­du­stria­le'; per po­ter en­tra­re a pie­no di­rit­to in que­sto ti­po di mer­ca­to non è ba­ste­vo­le ave­re un pro­dot­to a dis­po­si­zio­ne da ven­de­re, co­me ac­ca­de nel mer­ca­to agri­co­lo (con­cor­ren­zia­le), ma oc­cor­re in­ci­de­re su una se­rie di fat­to­ri e di con­cau­se, che so­lo un'abi­le pre­pa­ra­zio­ne pro­fes­sio­na­le uni­ta a una buo­na dis­po­ni­bi­li­tà di ca­pi­ta­le può con­sen­ti­re.

Un cen­no a par­te me­ri­ta­no i mer­ca­ti ano­ma­li, quel­li in cui esi­ste un so­lo ac­qui­ren­te od of­fe­ren­te, op­pu­re due pro­dut­to­ri in con­cor­ren­za tra lo­ro. Trat­ta­si di mer­ca­ti ri­spet­ti­va­men­te de­no­mi­na­ti di mo­no­po­lio o di duo­po­lio. In real­tà il mo­no­po­lio può es­se­re eser­ci­ta­to so­lo dal­lo Sta­to, il qua­le con l'aiu­to del di­rit­to può sta­bi­li­re le con­di­zio­ni ti­pi­che di que­sto mer­ca­to, in al­tri ca­si po­tre­mo tro­va­re for­me ibri­de o im­per­fet­te.

Il mer­ca­to del­le abi­ta­zio­ni in qua­le ti­po, tra quel­li ora vi­sti, ri­en­tra? An­zi­tut­to le abi­ta­zio­ni non han­no un mer­ca­to ve­ro pro­prio, cioè non pos­sie­do­no una strut­tu­ra lo­gi­sti­ca nel­la qua­le av­ven­go­no i fe­no­me­ni di do­man­da e di of­fer­ta, quin­di è esclu­so si trat­ti di un mer­ca­to con­cor­ren­zia­le, pe­rò, chiun­que dis­pon­ga di un im­mo­bi­le può of­frir­lo sul mer­ca­to al prez­zo che que­sto sta­bi­li­sce, pe­na la man­ca­ta ven­di­ta del be­ne in ces­sio­ne. Vi­sto da que­sto pun­to di vi­sta po­trem­mo di­re che i be­ni im­mo­bi­li han­no ca­rat­te­ri­sti­che del mer­ca­to con­cor­ren­zia­le pur non aven­do un mer­ca­to ve­ro e pro­prio. Os­ser­via­mo­la da un al­tro pun­to di vi­sta. Un be­ne con­su­ma­bi­le, co­me può es­se­re un pro­dot­to ali­men­ta­re, è sog­get­to a con­ti­nue trans­a­zio­ni pres­so­ché quo­ti­dia­ne di be­ni ana­lo­ghi, se non iden­ti­ci. La quan­ti­tà di trans­a­zio­ni per be­ni ugua­li è ta­le, da pro­dur­re una quo­ta­zio­ne di prez­zo gior­na­lie­ra. Un be­ne am­mor­tiz­za­bi­le, co­me può es­se­re un'au­to­mo­bi­le o un mac­chi­na­rio per ca­sa o per uf­fi­cio, è sog­get­to a trans­a­zio­ni non con­ti­nue, ma si­cu­ra­men­te con fre­quen­za e as­si­dui­tà ta­le da per­met­te­re la for­ma­zio­ne di un prez­zo, che avrà ov­via­men­te, in vir­tù di ta­le di­ra­da­men­to del fe­no­me­no trans­a­ti­vo, una du­ra­ta mag­gior­men­te di­la­ta­ta nel tem­po. La quo­ta­zio­ne di prez­zo sa­rà fis­sa­ta a sca­den­ze più lun­ghe. Stes­so di­ca­si per i pro­dot­ti in­du­stria­li non de­sti­na­ti al con­su­mo di pri­ma ne­ces­si­tà. Gli im­mo­bi­li in­ve­ce, so­no ognu­no un epi­so­dio iso­la­to. Ognu­no do­ta­to del­le pro­prie ca­rat­te­ri­sti­che este­ti­che, fi­si­che, lo­gi­sti­che e tut­ti di­ver­si ma­ga­ri per pic­co­le va­ria­bi­li, ma co­mun­que di­ver­si. Si­ po­treb­be de­su­me­re che il pro­prie­ta­rio di­ un im­mo­bi­le è un mo­no­po­li­sta, per­ché pos­se­den­do un­ be­ne uni­co egli può fa­re il­ prez­zo che ri­tie­ne più op­por­tu­no al­la sua con­ve­nien­za eco­no­mi­ca. In­ve­ce non è co­sì, per gli im­mo­bi­li esi­ste il con­cet­to di ana­lo­gia: se una ca­sa dal­le ca­rat­te­ri­sti­che si­mi­li, cioè con al­cu­ne qua­li­tà in­fe­rio­ri e al­tre su­pe­rio­ri, ma nel com­ples­so ana­lo­ga a quel­la og­get­to del­la com­pra­ven­di­ta ha un cer­to prez­zo, il pro­prie­ta­rio, se vor­rà ven­de­re il pro­prio be­ne, non po­trà dis­co­star­si mol­to da que­sto. Al­tro aspet­to dei be­ni im­mo­bi­li è che le trans­a­zio­ni di que­sti be­ni uni­ci, av­ven­go­no a tem­pi lun­ghis­si­mi per i qua­li è dif­fi­ci­le po­ter for­mu­la­re un prez­zo au­to­ma­ti­co da­to dal gio­co del­la do­man­da e dell'of­fer­ta. Pos­sia­mo quin­di sin­te­tiz­za­re con­cet­tual­men­te il mer­ca­to de­gli im­mo­bi­li, co­me un mer­ca­to vir­tua­le del ti­po ap­pa­ren­te­men­te con­cor­ren­zia­le, do­ve l'uni­ci­tà dei be­ni in ven­di­ta con­giun­ta­men­te al cri­te­rio dell'ana­lo­gia con be­ni si­mi­li, rap­por­ta­to ai tem­pi in­ter­cor­ren­ti tra due trans­a­zio­ni, de­ter­mi­na la ne­ces­si­tà di ri­cor­re­re a dei giu­di­zi di va­lo­re for­mu­la­ti non in ma­nie­ra spon­ta­nea os­ser­van­do sem­pli­ce­men­te do­man­da e of­fer­ta, ma in ma­nie­ra me­dia­ta dal­le ca­pa­ci­tà pro­fes­sio­na­li di un sog­get­to esper­to. In al­tre pa­ro­le, il mer­ca­to de­gli im­mo­bi­li pre­sen­ta tan­te ano­ma­lie da do­ver ri­cor­re­re in ogni ti­po di trans­a­zio­ne al­la pa­ro­la del pe­ri­to esti­ma­to­re.







1.1.3

DOMANDA E OFFERTA

[CAPITOLO 1.1 BREVI CENNI DI ECONOMIA]









La 'do­man­da' po­treb­be sem­bra­re, al­me­no in ap­pa­ren­za, un con­cet­to ele­men­ta­re e in­tui­ti­vo. In real­tà es­so na­scon­de un gro­vi­glio di in­ter­pre­ta­zio­ni teo­ri­che, tut­te vol­te a spie­ga­re il per­ché de­gli an­da­men­ti del­la stes­sa. La do­man­da pos­sia­mo de­fi­nir­la co­me la quan­ti­tà di un be­ne eco­no­mi­co che si in­ten­de ri­chie­de­re al mer­ca­to una vol­ta fis­sa­to un prez­zo d'ac­qui­sto. Il ten­ta­ti­vo di com­pren­de­re l'am­mon­ta­re del­la do­man­da sul mer­ca­to di un de­ter­mi­na­to be­ne eco­no­mi­co è an­da­to as­su­men­do sem­pre più im­por­tan­za pro­por­zio­nal­men­te al­la pro­fon­di­tà dei ten­ta­ti­vi di in­ter­pre­tar­la ma­te­ma­ti­ca­men­te con stru­men­ti sem­pre più raf­fi­na­ti, ma­no a ma­no che è cre­sciu­to il pe­so dell'in­du­stria e dei ser­vi­zi. L'in­du­stria (com­pre­sa quel­la dei ser­vi­zi) ab­bia­mo det­to, ten­de a ri­cer­ca­re nic­chie di mer­ca­to nel­le qua­li eser­ci­ta­re una for­ma roz­za di oli­go­po­lio, pri­vi­le­gian­do la qua­li­tà del pro­dot­to an­zi­ché ri­dur­ne sem­pli­ce­men­te il prez­zo. Ap­pa­re evi­den­te l'im­por­tan­za di co­no­sce­re l'am­mon­ta­re del­la do­man­da al fi­ne di sta­bi­li­re la pro­du­zio­ne e so­prat­tut­to i li­vel­li di qua­li­tà dei pro­dot­ti.

L'of­fer­ta rap­pre­sen­ta con­cet­tual­mente l'al­tro aspet­to del­la com­pra­ven­di­ta, ciò che va­le per la do­man­da va­le an­che per l'of­fer­ta. Pos­sia­mo per­tan­to de­fi­ni­re l'of­fer­ta co­me la quan­ti­tà di un be­ne eco­no­mi­co che si in­ten­de im­met­te­re sul mer­ca­to una vol­ta fis­sa­to un prez­zo di ven­di­ta.

Os­ser­van­do il fe­no­me­no da un pun­to di vi­sta di­ver­so, pos­sia­mo di­re che una do­man­da ele­va­ta di un de­ter­mi­na­to be­ne eco­no­mi­co ne­ sti­mo­la il mer­ca­to, au­men­tan­do­ne con­se­guen­te­men­te il prez­zo (e i fe­no­me­ni re­la­ti­vi qua­li l'in­fla­zio­ne). Una do­man­da de­pres­sa ten­de a di­mi­nui­re gli in­ve­sti­men­ti e a ri­dur­re i prez­zi. Con­se­guen­te­men­te un'of­fer­ta ele­va­ta sa­tu­ra il mer­ca­to, ri­du­cen­do il prez­zo e l'ap­pe­ti­bi­li­tà de­gli in­ve­sti­men­ti; per con­tro un of­fer­ta de­bo­le lo ren­de più sti­mo­lan­te e più di­na­mi­co co­me cre­sci­ta. Ov­via­men­te do­man­da e of­fer­ta non so­no do­mi­na­bi­li nel­la com­ples­si­tà glo­ba­le del mer­ca­to, ma pos­so­no es­se­re stu­dia­te so­lo sin­go­lar­men­te at­tra­ver­so ipo­te­si, spes­so con­trad­det­te dal­la real­tà. Uno dei fat­to­ri che ten­de a sa­tu­ra­re il mer­ca­to di un pro­dot­to, quin­di a com­pri­mer­ne la do­man­da e ren­de­re l'of­fer­ta esu­be­ran­te ri­spet­to al­le ri­chie­ste è si­cu­ra­men­te il tem­po. Un pro­dot­to ob­so­le­scen­te che ha per­du­to le sue ca­rat­te­ri­sti­che di in­no­va­zio­ne e di qua­li­tà nel sod­di­sfa­re i bi­so­gni dell'in­di­vi­duo, ren­de­rà la do­man­da fiac­ca. Nei mer­ca­ti 'vec­chi' le quan­ti­tà di be­ni in­no­va­ti­vi sa­ran­no sem­pre me­no e la cur­va ge­ne­ra­le del­la do­man­da ten­de­rà sem­pre a ca­la­re ver­so lo ze­ro.

Esi­ste una do­man­da e un'of­fer­ta di be­ni im­mo­bi­li? Ov­via­men­te sì, es­sen­do be­ni do­ta­ti di una lo­ro uti­li­tà, ma cer­ta­men­te con ano­ma­lie pro­prie del set­to­re. La do­man­da e l'of­fer­ta dei be­ni im­mo­bi­lia­ri si pre­sen­ta qua­si sem­pre, nei gior­na­li spe­cia­liz­za­ti, co­me sta­ti­sti­che su ba­se na­zio­na­le, di pe­rio­di pas­sa­ti o co­me ten­ta­ti­vi di ipo­te­si per il fu­tu­ro qua­si sem­pre dis­at­te­se. Ma si trat­ta, per lo più, di da­ti nu­me­ri­ci, i qua­li, es­sen­do il be­ne im­mo­bi­lia­re do­ta­to di uni­ci­tà pro­pria, po­co in­for­ma­no sul­la real­tà del­le co­se. Mol­to più in­te­res­san­ti so­no le re­la­zio­ni sull'an­da­men­to del­la do­man­da e dell'of­fer­ta ri­fe­ri­te a spe­ci­fi­che aree geo­gra­fi­che e per im­mo­bi­li do­ta­ti di spic­ca­te ana­lo­gie co­strut­ti­ve o ti­po­lo­gi­che o lo­ca­liz­za­ti nel­le vi­ci­nan­ze di ele­men­ti na­tu­ra­li di pre­gio. Que­ste re­la­zio­ni pos­so­no sti­mo­la­re il pro­mo­to­re im­mo­bi­lia­re a di­rot­ta­re i pro­pri in­ve­sti­men­ti nel­le zo­ne do­ve il trend pre­sen­ta red­di­ti­vità più ele­va­te con mi­nor ri­schio. In­ve­sti­men­ti che non ne­ces­sa­ria­men­te deb­bo­no es­se­re ri­fe­ri­ti a nuo­vi in­se­dia­men­ti, ma an­che di tra­sfor­ma­zio­ni e ri­u­so del pa­tri­mo­nio edi­li­zio esi­sten­te, og­gi fin trop­po tra­scu­ra­to da­gli ope­ra­to­ri eco­no­mi­ci del set­to­re.








1.1.4

PROFITTO E RENDITA

[CAPITOLO 1.1 BREVI CENNI DI ECONOMIA]








Il pro­fit­to è il con­cet­to chia­ve di di­stin­zio­ne del­le va­rie eco­no­mie mon­dia­li. Se­con­do le teo­rie li­be­ri­ste es­so rap­pre­sen­ta il mo­to­re dell'ap­pa­ra­to eco­no­mi­co di un pae­se; se­con­do le teo­rie so­cia­li­ste, rap­pre­sen­ta un con­cet­to 'su­pe­ra­to', il sim­bo­lo del­lo sfrut­ta­men­to dell'uo­mo sull'uo­mo. In real­tà non esi­ste una de­fi­ni­zione pre­ci­sa di pro­fit­to e qua­si sem­pre vie­ne con­fu­so con il prez­zo d'uso del ca­pi­ta­le. Nel­la real­tà eco­no­mi­ca suc­ce­de spes­so che co­lui il qua­le pren­de le de­ci­sio­ni d'in­ve­sti­men­to, sia an­che il pro­prie­ta­rio dei mez­zi di pro­du­zio­ne e del ca­pi­ta­le ne­ces­sa­rio al fun­zio­na­men­to dell'im­pre­sa. Al­cu­ni ten­do­no a giu­sti­fi­care il pro­fit­to co­me il com­pen­so spet­tan­te all'im­pren­di­to­re per il ri­schio che egli cor­re sul mer­ca­to, che è co­sa ben di­ver­sa dall'in­te­res­se che il ca­pi­ta­le pro­du­ce e dai co­sti che i mez­zi di pro­du­zio­ne co­mun­que han­no e i qua­li, se di pro­prie­tà dell'im­pren­di­tore, ven­go­no 'ri­spar­mia­ti'. Qual­cu­no pe­rò po­treb­be obiet­ta­re che in eco­no­mie for­ti o pro­tet­te dal­lo sta­to o ad al­to gra­do di cor­ru­zio­ne del mer­ca­to i ri­schi so­no dav­ve­ro po­chi e co­mun­que cal­co­la­bi­li. Per­ché mai bi­so­gne­reb­be pa­ga­re un com­pen­so co­sì ele­va­to a chi ri­schia pra­ti­ca­men­te nul­la? Marx an­dò ol­tre: egli de­mo­niz­zò il pro­fit­to, esclu­den­do­lo dal cen­tro del­le at­ten­zio­ni eco­no­mi­che e re­le­gan­do­lo al ruo­lo di plu­sva­lo­re de­ri­van­te dal­lo sfrut­ta­men­to, ten­tan­do con la sua teo­ria eco­no­mi­ca di tra­sfe­ri­re ta­le po­la­ri­tà ver­so il la­vo­ro. Al­tra con­ce­zio­ne del pro­fit­to è quel­la mar­gi­na­li­sta, la qua­le lo in­ten­de co­me l'ap­por­to al­la pro­du­zio­ne da­to dal ca­pi­ta­le in­ve­sti­to. Es­sa ap­par­tie­ne al­la schie­ra de­gli stu­dio­si del fe­no­me­no i qua­li in­qua­dra­no il pro­fit­to co­me un con­cet­to re­si­dua­le de­ri­van­te dall'eli­mi­na­zio­ne di tut­ti gli al­tri fat­to­ri pro­dut­ti­vi. Au­men­tan­do il ca­pi­ta­le in­ve­sti­to tra i fat­to­ri pro­dut­ti­vi, il pro­fit­to re­si­dua­le au­men­ta, non in mi­su­ra pro­por­zio­na­le, ma con in­cre­men­ti più o me­no iper­bo­li­ci. Il dif­fe­ren­zia­le di­ gua­da­gno che si ha tra due in­ve­sti­men­ti quan­ti­ta­ti­va­men­te di­ver­si giu­sti­fi­ca e de­fi­ni­sce il pro­fit­to. An­che in que­sto ca­so qual­cu­no obiet­tò che null'al­tro si trat­ta di au­men­ti del prez­zo d'uso del ca­pi­ta­le do­vu­ti a mag­gio­ri an­ti­ci­pa­zio­ni del­lo stes­so. Dan­do dis­po­ni­bi­li­tà di mag­gior ca­pi­ta­le au­men­ta an­che il sag­gio di an­ti­ci­pa­zio­ne che lo stes­so pro­du­ce. Ul­ti­ma teo­ria sul pro­fit­to, for­se la più mo­der­na e me­no (so­lo me­no…) sog­get­ta a obie­zio­ni, è quel­la per la qua­le es­so al­tro non é che il com­pen­so per l'in­no­va­zio­ne ap­por­ta­to al­la pro­du­zio­ne di be­ni eco­no­mi­ci. Il prez­zo d'uso dell'in­ge­gno o dell'in­tra­pren­den­za, co­me qual­cu­no l'ha de­fi­ni­to. Nei mer­ca­ti sa­tu­ri o de­bo­li i pro­fit­ti sa­reb­be­ro bas­si per la dif­fi­col­tà a in­no­va­re il mer­ca­to o la pro­du­zio­ne, nei mer­ca­ti di nuo­va for­ma­zio­ne, è più fa­ci­le in­no­va­re. An­che imi­ta­re mo­del­li di al­tre eco­no­mie è pe­rò in­no­va­zio­ne. E qui, qual­cu­no, già obiet­ta: do­ve sta l'in­no­va­zio­ne, se al­tro non si fa che tra­sfe­ri­re e a vol­te per­si­no im­por­re in pae­si eco­no­mi­ca­men­te me­no pro­gre­di­ti, ciò che è sta­to idea­to da al­tri?

La ren­di­ta, è de­fi­ni­bi­le co­me il prez­zo d'uso o il red­di­to de­ri­van­te da quei be­ni la cui of­fer­ta sul mer­ca­to è ri­gi­da e non re­go­la­ta da leg­gi eco­no­mi­che di­pen­den­ti dal­la vo­lon­tà uma­na. Ca­rat­te­ri­sti­ca prin­ci­pa­le dei be­ni eco­no­mi­ci che pro­du­co ren­di­ta è di es­se­re pro­dot­ti in una quan­ti­tà non pre­de­ter­mi­na­ta dall'im­pren­di­to­re o dal­le esi­gen­ze del mer­ca­to, ma di es­se­re fis­sa e do­vu­ta al­la na­tu­ra stes­sa dei be­ni. La ren­di­ta dif­fe­ri­sce quin­di dal pro­fit­to per il fat­to che que­sto, qual­sia­si sia la scuo­la eco­no­mi­ca di ri­fe­ri­men­to, vie­ne de­ter­mi­na­to da un'azio­ne uma­na de­fi­ni­bi­le co­me azio­ne im­pren­di­to­ria­le, men­tre la ren­di­ta vie­ne de­ter­mi­na­ta da leg­gi estra­nee all'im­pren­di­to­re o sem­pli­ce­men­te al pro­prie­ta­rio, ma vie­ne a co­sti­tuir­si au­to­ma­ti­ca­men­te per fat­to­ri a lui non do­vu­ti. E' per que­sto prin­ci­pio che qual­cu­no a sol­le­va­to il pro­ble­ma del­la mo­ra­li­tà del­la ren­di­ta. Par­ten­do da ba­si mar­xia­ne si è det­to: il la­vo­ro è il­ ful­cro dell'eco­no­mia, ma an­che il­ pro­fit­to di­scen­de sem­pre da un'azio­ne dell'in­di­vi­duo, quin­di da un la­vo­ro; men­tre la ren­di­ta è do­vu­ta ad azio­ni non vo­lu­te e non com­piu­te dall'in­di­vi­duo e si for­ma co­mun­que a fa­vo­re del pro­prie­ta­rio del be­ne, sia che egli vo­glia, sia che egli non vo­glia. Ne di­scen­de quin­di, che la ren­di­ta va tas­sa­ta in mi­su­ra mag­gio­re ri­spet­to al­ pro­fit­to. E tan­to mag­gio­re sa­rà la tas­sa­zio­ne, più i me­ri­ti del­la pro­du­zio­ne di ta­le ren­di­ta sa­ran­no do­vu­ti al­lo sta­to.











1.2.1

PRINCIPI GENERALI

[CAPITOLO 1.2 MATEMATICA FINANZIARIA]








La­ ma­te­ma­ti­ca fi­nan­zia­ria è lo stru­men­to scien­ti­fi­co in uso al pe­ri­to esti­ma­to­re di mag­gio­re im­por­tan­za. At­tra­ver­so di es­sa egli ri­e­sce a quan­ti­fi­ca­re in ter­mi­ni di de­na­ro il va­lo­re del­l'og­get­to di sti­ma. Il prin­ci­pio fon­da­men­ta­le del­la ma­te­ma­ti­ca fi­nan­zia­ria è l'in­te­res­se, va­le a di­re il prez­zo d'uso del ca­pi­ta­le, da non con­fon­der­si con il pro­fit­to che, co­me ab­bia­mo vi­sto sep­pur bre­ve­men­te nel ca­pi­to­lo pre­ce­den­te, trat­ta­si di ben al­tra co­sa. Sì, per­ché il ca­pi­ta­le ha il suo rea­le va­lo­re no­mi­na­le so­lo nel mo­men­to at­tua­le, va­le a di­re che cento euro so­no ta­li, so­lo se con­si­de­ra­ti all'at­tua­li­tà, cioè og­gi, nel­la da­ta pre­ci­sa in cui sta­te leg­gen­do que­sto te­sto. Se gli stessi cento euro li pren­de­te in con­si­de­ra­zio­ne nel va­lo­re che ave­va­no ie­ri, val­go­no me­no (seb­be­ne di po­co…). Se con­si­de­ra­te il­ va­lo­re che avran­no do­ma­ni, val­go­no di più. Ciò af­fer­ma un con­cet­to fi­gu­ra­ti­vo, ma ef­fi­ca­ce, sul rea­le va­lo­re del ca­pi­ta­le (cioè il de­na­ro…), il qua­le se con­si­de­ra­to nel mo­men­to rea­le ed at­tua­le ha co­me va­lo­re quel­lo no­mi­na­le (ed è l'uni­co mo­men­to in cui lo as­su­me) se si muo­ve nel tem­po in avan­ti es­so cre­sce di una quo­ta de­no­mi­na­ta in­te­res­se, se si muo­ve nel tem­po all'in­die­tro, es­so de­cre­sce di una quo­ta de­no­mi­na­ta scon­to. Per­tan­to ogni sti­ma de­ve es­se­re ri­fe­ri­ta sem­pre a un mo­men­to pre­ci­so e omo­ge­neo per tut­ti i cal­co­li ese­gui­ti dal pe­ri­to. Per sti­ma­re un ap­par­ta­men­to che ne­ces­si­ta di tra­sfor­ma­zio­ni mol­to la­bo­rio­se che du­ra­no nel tem­po, non è suf­fi­cien­te de­trar­re dal va­lo­re di mer­ca­to dell'ap­par­ta­mento i co­sid­det­ti co­sti di tra­sfor­ma­zio­ne, ma oc­cor­re ri­fe­ri­re li stes­si al mo­men­to at­tua­le. Ciò per un sem­pli­ce mo­ti­vo, que­sti co­sti non li so­ste­ne­te og­gi, ma do­vre­te so­ste­ner­li ma­ga­ri fra sei me­si o un an­no. I sol­di che spen­de­re­te fra un an­no se con­si­de­ra­ti nel mo­men­to at­tua­le so­no me­no, quin­di la de­tra­zio­ne sa­rà in­fe­rio­re. Qual­cu­no obiet­te­rà che per ci­fre mo­de­ste que­sta co­e­ren­za di cal­co­lo ol­tre che mac­chi­no­sa sa­rà tal­men­te mi­ni­ma da non in­ci­de­re sul va­lo­re dell'im­mo­bi­le. Si­cu­ra­men­te, se si pren­de in con­si­de­ra­zio­ne un pic­co­lo ap­par­ta­men­to di ca­te­go­ria po­po­la­re; ma se si ana­liz­za un in­te­ro sta­bi­le o an­che un 'sem­pli­ce' at­ti­co lus­suo­so le spe­se di tra­sfor­ma­zio­ne sa­ran­no ta­li che lo scon­to avrà una in­ci­den­za no­te­vo­le sul va­lo­re di sti­ma.

Qual­cu­no si chie­de­rà: "co­me mai il de­na­ro pro­du­ce in­te­res­se?". An­zi­tut­to va pre­ci­sa­to che il ca­pi­ta­le pro­du­ce in­te­res­se (o 'spro­du­ce' scon­to) so­lo nel­le eco­no­mie non 'cen­tral­men­te' e 'to­tal­men­te' pia­ni­fi­ca­te, cioè le eco­no­mie do­ve esi­ste il li­be­ro mer­ca­to. Per­tan­to la quasi totalità dei pae­si del pia­ne­ta ter­ra. La pro­du­zio­ne del­l'in­te­res­se, in que­sti sta­ti de­fi­ni­ti 'li­be­ri­sti' è una leg­ge scien­ti­fi­ca che di­scen­de dal prin­ci­pio del­la non ugua­glian­za del­la dis­tri­bu­zio­ne del ca­pi­ta­le co­me mo­to­re del­le eco­no­mie li­be­ri­ste, con­giun­ta­men­te al­la sem­pre pre­sen­te do­man­da e of­fer­ta del mer­ca­to. Chi pos­sie­de ca­pi­ta­le in ab­bon­dan­za ri­spet­to ai pro­pri bi­so­gni (e il co­me e per­ché qual­cu­no ab­bia ta­le ab­bon­dan­za esu­la dai no­stri com­pi­ti di­dat­ti­ci) può met­ter­ne la par­te in esu­be­ro sul mer­ca­to a dis­po­si­zio­ne di chi ne ha in di­fet­to ri­spet­to ai bi­so­gni. Il tut­to in cam­bio del­la pos­si­bi­li­tà di sod­di­sfa­re una mag­gio­re quan­ti­tà di bi­so­gni nel fu­tu­ro. Chi pos­sie­de ca­pi­ta­le in di­fet­to ri­spet­to ai bi­so­gni, chie­de di com­pen­sa­re ta­le man­can­za pro­met­ten­do di sod­di­sfa­re più bi­so­gni fu­tu­ri ri­spet­to a quel­li for­ni­ti ver­so chi, a ta­li bi­so­gni ha ri­nun­cia­to3.

Nel tem­po, l'en­tro­piz­za­zio­ne dell'eco­no­mia mon­dia­le ha tra­sfor­ma­to que­sto con­cet­to di in­te­res­se mu­tua­to dal­la teo­ria dei bi­so­gni. Og­gi, con l'isti­tu­zio­na­liz­za­zio­ne dell'in­te­res­se co­me 'mo­ral­men­te' giu­sti­fi­ca­to, per­ché non di­men­ti­chia­mo­ci che un tem­po, es­so ve­ni­va con­si­de­ra­to in­giu­sto (la mo­ne­ta non può frut­ta­re… si di­ce­va), non è ne­ces­sa­rio pos­se­de­re ca­pi­ta­le in mi­su­ra su­pe­rio­re ri­spet­to ai bi­so­gni, an­che per­ché il li­vel­lo di que­sti è dif­fi­cil­men­te de­fi­ni­bile. Og­gi è suf­fi­cien­te com­pri­me­re i con­su­mi (che han­no so­sti­tui­to i bi­so­gni) e de­sti­na­re il ca­pi­ta­le che ne de­ri­va all'in­ve­sti­men­to e al­la pro­du­zio­ne di in­te­res­se. Ve­dia­mo con l'aiu­to di un gra­fi­co co­me fun­zio­na il con­cet­to di in­te­res­se al pun­to di vi­sta ma­te­ma­ti­co fi­nan­zia­rio al fi­ne di com­pren­de­re le ra­gio­ni dell'at­tua­li­ Im­ma­gi­nia­mo di ave­re una ret­ta (un'ascis­sa), la di­vi­dia­mo in tan­ti seg­men­ti re­go­la­ri cor­ri­spon­den­ti al­le uni­tà di tem­po che ri­te­nia­mo me­glio op­por­tu­ne (nel no­stro ca­so per ra­gio­ni di sem­pli­fi­ca­zio­ne le in­di­chia­mo in an­ni).





anni



Al cen­to in­di­chia­mo il mo­men­to at­tua­le (og­gi) con lo ze­ro. Dal­lo ze­ro ver­so de­stra, co­me un'ascis­sa qual­sia­si, in­di­chia­mo i va­lo­ri po­si­ti­vi, ver­so si­ni­stra quel­li ne­ga­ti­vi. Quin­di, an­dan­do ver­so de­stra ab­bia­mo gli an­ni fu­tu­ri, ver­so si­ni­stra quel­li pas­sa­ti.





0

-1

-2

+1

+2

+3



Que­sta sa­rà la no­stra rap­pre­sen­ta­zio­ne del tem­po e per mez­zo di es­sa com­pren­de­re­mo i va­ri as­sun­ti del­la ma­te­ma­ti­ca fi­nan­zia­ria.





















1.2.2



INTERESSE SEMPLICE E

INTERESSE COMPOSTO

[CAPITOLO 1.2 MATEMATICA FINANZIARIA]














La­ ma­te­ma­ti­ca fi­nan­zia­ria de­fi­ni­sce co­me sag­gio o tas­so d'in­te­res­se la per­cen­tua­le, cal­co­la­ta sul va­lo­re nu­me­ri­co del ca­pi­ta­le di par­ten­za, che spet­ta a co­lui che met­te a dis­po­si­zio­ne di un al­tro sog­get­to del de­na­ro per un de­ter­mi­na­to pe­rio­do di tem­po. Va­le a di­re che un sag­gio o tas­so di in­te­res­se del 5 per cen­to su ba­se an­nua, vuo­le si­gni­fi­ca­re che per ogni cen­to euro pre­sta­ti, l'in­ve­sti­to­re ne ri­ce­ve­rà 5 ogni an­no. Una di­stin­zio­ne raf­fi­na­ta, da par­te di al­cu­ni stu­dio­si di esti­mo, con­si­ste nel ri­co­no­sce­re, co­me tas­so di in­te­res­se quel­lo espres­so in ter­mi­ni per­cen­tua­li (es. 5%) e sag­gio di in­te­res­se quel­lo espres­so in ter­mi­ni nu­me­ri­ci o di co­ef­fi­cien­te (es. 0,05). In ter­mi­ni ma­te­ma­ti­ci fi­nan­zia­ri il sag­gio e/o tas­so di in­te­res­se vie­ne de­fi­ni­to con la let­te­ra r.

Ap­pa­re evi­den­te che ra­gio­nan­do an­dan­do in­die­tro nel tem­po, se­con­do quan­to ve­ri­fi­ca­to al pa­ra­gra­fo pre­ce­den­te, ana­lo­ga­men­te si può de­fi­ni­re co­me sag­gio o tas­so di scon­to la per­cen­tua­le, cal­co­la­ta sul va­lo­re nu­me­ri­co del ca­pi­ta­le di par­ten­za, da cor­ri­spon­der­si da par­te di co­lui che ha avu­to a pro­pria dis­po­si­zio­ne del de­na­ro da un al­tro sog­get­to per un de­ter­mi­na­to pe­rio­do di tem­po.

L'in­te­res­se quan­do trat­ta­si di prez­zo d'uso del ca­pi­ta­le per una determinata unità di tem­po si de­fi­ni­sce co­me sem­pli­ce e, se l’unità di tempo è interamente trascorsa, si cal­co­la per mez­zo del sag­gio di in­te­res­se di­ret­ta­men­te mol­ti­pli­ca­to per il ca­pi­ta­le. In­ ter­mi­ni ma­te­ma­ti­ci fi­nan­zia­ri l'in­te­res­se sem­pli­ce vie­ne de­fi­ni­to con la let­te­ra I.


In­ ter­mi­ni ma­te­ma­ti­ci fi­nan­zia­ri il de­na­ro in­ve­sti­to o pre­sta­to vie­ne de­fi­ni­to ge­ne­ri­ca­men­te co­me Ca­pi­ta­le ini­zia­le e vie­ne de­fi­ni­to con la let­te­ra Co. In ter­mi­ni pra­ti­ci al ca­pi­ta­le ini­zia­le nu­me­ri­ca­men­te cor­ri­spon­de sem­pre il va­lo­re ri­fe­ri­to al mo­men­to at­tua­le, cioè al­la da­ta di og­gi. Nell'esti­mo il ca­pi­ta­le ini­zia­le ri­ve­ste un'im­por­tan­za fon­da­men­tale per­ché trat­ta­si di un concetto fon­da­ti­vo del­la stes­sa di­sci­pli­na. Ogni sti­ma in­fat­ti, sal­vo par­ti­co­la­ri ca­si pra­ti­ci, de­ve per­ve­ni­re al­la for­mu­la­zio­ne di una ci­fra ri­fe­ri­ta all'at­tua­li­tà.

La for­mu­la dell'in­te­res­se sem­pli­ce sa­rà quin­di:




I = Co . r . t










Dove: I = Interesse; Co = Capitale iniziale; r = Tasso d’interesse; t = Tempo. Il tasso di interesse è espresso in ragione di una unità di tempo, geenralmente un anno, mentre il tempo in proporzione al tempo trascorso rispetto all’unità medesima.

Il Ca­pi­ta­le ini­zia­le con l'ag­giun­ta del prez­zo d'uso di se stes­so, cioè gli in­te­res­si da es­so pro­dot­ti vie­ne de­fi­ni­to co­me Ca­pi­ta­le fi­na­le o più co­mu­ne­men­te Mon­tan­te. In­ ter­mi­ni ma­te­ma­ti­ci fi­nan­zia­ri il ca­pi­ta­le fi­na­le o mon­tan­te vie­ne de­fi­ni­to con la let­te­ra M.

La for­mu­la del Ca­pi­ta­le fi­na­le o mon­tan­te sa­rà quin­di:


M = Co + I












Dove: M = Montante; Co = Capitale iniziale; I = Interesse.

L'in­te­res­se com­po­sto si de­fi­ni­sce in­ve­ce, co­me il prez­zo d'uso del ca­pi­ta­le in al­me­no due o più pe­rio­di di tem­po nei qua­li l'in­te­res­se ma­tu­ra­to in ogni pe­rio­do vie­ne ca­pi­ta­liz­za­to, cioè non vie­ne ri­ti­ra­to dall'in­ve­sti­to­re ma vie­ne ri­mes­so a dis­po­si­zio­ne del sog­get­to de­bi­to­re. Co­sa vuol di­re ciò? Che se un per­so­na pre­sta 1.000 euro per un pe­rio­do di tre an­ni ad al­tra per­so­na, fis­san­do il tas­so al 5%, al­la fi­ne del pri­mo an­no egli avrà un in­te­res­se sem­pli­ce di 50 euro. Nel ca­so egli ri­ti­ras­se il frut­to dell'in­ve­sti­men­to, nel se­con­do an­no l'in­te­res­se ver­rà cal­co­la­to sem­pre sui 1.000 euro e sa­rà per­tan­to iden­ti­co al pri­mo an­no, co­sì al ter­zo an­no. Nel ca­so in­ve­ce, egli la­scias­se i 50 euro a dis­po­si­zione del de­bi­to­re, l'in­te­res­se non ver­rà più cal­co­la­to su 1.000 euro, ma su 1.050 euro e per­tan­to sa­rà di 52,5 euro. Al­la fi­ne del se­con­do an­no se non ri­ti­re­rà l'in­te­res­se, il ca­pi­ta­le ba­se per il cal­co­lo dell'in­te­res­se sa­rà per­tan­to di € 1.052,50 pa­ri a un in­te­res­se di € 52,625 e un ca­pi­ta­le fi­na­le di € 1.155,625. Com­pa­ria­mo i due da­ti: a in­te­res­se sem­pli­ce ogni an­no ab­bia­mo € 50 per tre an­ni e il ca­pi­ta­le di € 1.000, a in­te­res­se com­po­sto ab­bia­mo € 155,625 e sempre il ca­pi­ta­le di € 1.000. Per­ché ac­ca­de que­sto? Per­ché gli euro cin­quan­ta del pri­mo an­no, an­zi­ché es­se­re usu­frui­ti dal­l'in­ve­sti­to­re van­no a far par­te del ca­pi­ta­le, cioè, co­me si di­ce in ter­mi­ne tec­ni­co, ven­go­no ca­pi­ta­liz­za­te, cioè tra­sfor­ma­te da frut­to in ca­pi­ta­le. Co­sì quan­to del se­con­do e ter­zo an­no.

Co

Co+ I

(Co+ I) + I

((Co+ I) + I) + I

I) + I








+1

0

-1

+2

+3

+4



Co

Co+ I



Co

Co+ I

Co

Co+ I





Os­ser­van­do il gra­fi­co, pos­sia­mo ana­liz­za­re i due com­por­ta­men­ti ma­te­ma­ti­ci del ca­pi­ta­le e dell'in­te­res­se. Nel­la ri­ga su­pe­rio­re, cor­ri­spon­den­te all'in­te­res­se com­po­sto, si os­ser­va che il mon­tan­te, al­la fi­ne di ogni an­no, è da­to dal mon­tan­te dell'an­no pre­ce­den­te più gli in­te­res­si ma­tu­ra­ti. Nel­la ri­ga in­fe­rio­re, cor­ri­spon­den­te all'in­te­res­se sem­pli­ce, si os­ser­va che ogni an­no l'in­te­res­se ma­tu­ra sul me­de­si­mo ca­pi­ta­le in quan­to l'in­ve­sti­to­re ri­ti­ra l'in­te­res­se ma­tu­ra­to. Ab­bia­mo in­fat­ti, al­la fi­ne di ogni an­no, un Co +I che di­ven­ta nuo­va­men­te Co i se­gui­to al pre­lie­vo di I.

Il Mon­tan­te com­po­sto è de­fi­ni­bi­le co­me il ca­pi­ta­le più il prez­zo d'uso del­lo stes­so ca­pi­ta­liz­za­to al­la fi­ne di ogni pe­rio­do di ri­fe­ri­men­to. In ter­mi­ni ma­te­ma­ti­ci fi­nan­zia­ri il mon­tan­te com­po­sto si de­fi­ni­sce con la let­te­ra Cn do­ve al po­sto di n si in­di­ca l'an­no di ri­fe­ri­men­to del­lo stes­so. La for­mu­la del mon­tan­te com­po­sto ne­ces­si­ta di al­cu­ne ope­ra­zio­ni pre­li­mi­na­ri, cioè par­ten­do dal­la for­mu­la del mon­tan­te sem­pli­ce (M = Co + I) e ri­pren­den­do l'esem­pio pri­ma vi­sto ab­bia­mo al­la fi­ne del pri­mo an­no un mon­tan­te ugua­le al­la for­mu­la. So­sti­tuen­do al po­sto del­la I la sua for­mu­la re­la­ti­va (I = Co r) ab­bia­mo un­ mon­tan­te che di­ven­ta M = Co + (Co r), rac­co­glien­do Co, in de­fi­ni­ti­va si avrà M = Co (1 + r).

Co­mu­ne­men­te si usa so­sti­tui­re per co­mo­di­tà di cal­co­lo (1 + r) con la let­te­ra q, quin­di avre­mo al­la fi­ne del pri­mo an­no co­me mon­tan­te C1= Co q.

Al­la fi­ne del se­con­do an­no, ca­pi­ta­liz­zan­do gli in­te­res­si il nuo­vo mon­tan­te sa­rà da­to dal mon­tan­te dell'an­no pre­ce­den­te più gli in­te­res­si ma­tu­ra­ti su di es­so e cioè C2 = C1 + I so­sti­tuen­do all'in­te­res­se l'espres­sio­ne che lo de­fi­ni­sce e cioè I = C1 r, il mon­tan­te al se­con­do di­ven­ta C2 = C1 + (C1 r) rac­co­glien­do C1 si ot­tie­ne C2 = C1 (1+r) so­sti­tuen­do a C1 la for­mu­la pri­ma vi­sta, si ot­tie­ne che C2 = Co (1+ r) (1+ r) = Co q q. Stes­so ra­gio­na­men­to è pos­si­bi­le far­lo al­la fi­ne del ter­zo an­no, de­du­cen­do co­me for­mu­la de­fi­ni­ti­va del mon­tan­te la seguente:


Cn = Co * qn












Dove: Cn = Capitale finale o montante; Co = Capitale iniziale; q = (1 + r); n = Anni.

La for­mu­la per­met­te di ot­te­ne­re il va­lo­re del ca­pi­ta­le in­ve­sti­to, in un qual­sia­si an­no fu­tu­ro par­ten­do dal va­lo­re del ca­pi­ta­le at­tua­le e conoscendo il tasso di interesse.

Ab­bia­mo det­to che il ca­pi­ta­le quan­do si muo­ve in avan­ti nel tem­po cre­sce di va­lo­re, e ciò lo di­mo­stra la for­mu­la, mol­ti­pli­can­do­lo per 1+r ele­va­to al­la po­ten­za pa­ri al nu­me­ro di an­ni di in­ve­sti­men­to, es­so ne­ces­sa­ria­men­te au­men­ta. Il nu­me­ro 1 au­men­ta­to di­ r ed ele­va­to al­la po­ten­za, da­rà sem­pre un va­lo­re su­pe­rio­re a uno e quin­di ten­de­rà ad in­gran­di­re Co. Ma nel ca­so che il ca­pi­ta­le va­da in­die­tro nel tem­po? Ab­bia­mo det­to, all'ini­zio del pa­ra­gra­fo, che di­mi­nui­sce. Co­me cal­co­la­re il va­lo­re del ca­pi­ta­le at­tua­le ri­fe­ri­to a tre an­ni fa? Se tra die­ci an­ni avre­mo mil­le euro pro­ve­nien­ti da una smo­bi­liz­za­zio­ne di un qual­sia­si in­ve­sti­men­to, quan­to ab­bia­mo in real­tà og­gi? Evi­tan­do gli scontati passaggi ma­te­ma­ti­ci dell’equazione (che so­no sen­z'al­tro in­tui­ti­vi) passiamo di­ret­ta­men­te al­la for­mu­la:


Co = Cn / qn










Dove: Cn = Capitale finale o montante; Co = Capitale iniziale; q = (1 + r); n = Anni.

Ri­as­su­men­do: per ot­te­ne­re il va­lo­re del ca­pi­ta­le in­ve­sti­to e at­tua­le, cioè ri­fe­ri­to al­la da­ta di og­gi tra un cer­to nu­me­ro di an­ni è suf­fi­cien­te mol­ti­pli­car­lo tan­te vol­te per q quan­ti so­no gli an­ni. Per sa­pe­re quan­to va­le og­gi un ca­pi­ta­le che ot­ter­re­mo tra un cer­to nu­me­ro di an­ni, ba­sta di­vi­der­lo per q tan­te vol­te quan­ti so­no gli an­ni di at­te­sa.

Ma il coefficiente q, soprattutto quan­do gli an­ni so­no mol­ti, è di difficile cal­co­lo e ri­sul­ta estremamente macchinoso, per cui, per ve­ni­re in­con­tro al pe­ri­to, esi­sto­no le cosiddette “ta­bel­le finanziarie”, le qua­li consentono di ottenere il va­lo­re del­la q conoscendo gli an­ni di proie­zio­ne del ca­pi­ta­le e il tas­so di in­te­res­se di ri­fe­ri­men­to. Esistono anche comuni calcolatrici finanzarie e/o applicazioni software elementari che permettono lo stesso risultato in tempi più rapidi. Proprio per questa maggiore rapidità e precisione le tabelle finanziarie vanno ormai scomparendo con buona pace dei nostalgici.

Ca­pi­ta spes­so nel­la pra­ti­ca esti­ma­ti­va e nel­le trans­a­zio­ni com­mer­cia­li di uni­tà abi­ta­ti­ve col­le­ga­te a mu­tui ipo­te­ca­ri, di sen­ti­re par­la­re di tas­so fis­so e va­ria­bi­le. La dif­fe­ren­za tra i due è pa­le­se: il tas­so fis­so si ha quan­do nei cal­co­li del­la ma­te­ma­ti­ca fi­nan­zia­ria si adot­ta sem­pre la me­de­si­ma per­cen­tua­le di in­te­res­se, sup­po­nen­do­la sta­bi­le o adot­tan­do­la co­me ta­le (ge­ne­ral­men­te per mas­si­mo die­ci an­ni). Il tas­so va­ria­bi­le pre­sup­po­ne dei cam­bia­men­ti del­la per­cen­tua­le d'in­te­res­se e quin­di non per­met­te di de­ter­mi­na­re il va­lo­re del mon­tan­te se non co­no­scen­do il fu­tu­ro sag­gio ap­pli­ca­to. Il cal­co­lo in que­sto ca­so si com­pli­ca, po­nia­mo il ca­so di vo­ler co­no­sce­re il va­lo­re di 1.000 euro tra tre an­ni sa­pen­do che al­la fi­ne del se­con­do an­no il tas­so va­rie­rà dal 5% al 6%. In que­sto ca­so oc­cor­re cal­co­la­re il mon­tan­te ri­fe­ri­to per pe­rio­do omo­ge­neo e quin­di fi­no al C2, poi pro­ce­de­re al cal­co­lo del nuo­vo mon­tan­te con le mu­ta­te con­di­zio­ni. In ter­mi­ni di for­mu­la se de­du­ce:




Cn + m = (Co * qn)* qm










D


ove: Cn + m = Capitale finale o montante; Co = Capitale iniziale; qn = (1 + r1); qm = (1 + r2); n = Anni con il tasso r1; m = Anni con il tasso r2. La parentesi nela formula è riportata solo per chiarezza.





























1.2.3



AMMORTAMENTO E

REINTEGRAZIONE

[CAPITOLO 1.2 MATEMATICA FINANZIARIA]












I con­cet­ti di am­mor­ta­men­to e rein­te­gra­zio­ne so­no si­mi­li e de­ri­va­no sem­pre dal­le de­fi­ni­zio­ni di in­te­res­se sul ca­pi­ta­le da­te al pa­ra­gra­fo pre­ce­den­te. Po­nia­mo di ver­sa­re per tre an­ni al­la fi­ne di ogni an­no una stes­sa iden­ti­ca som­ma di € 1.000. Ra­gio­nan­do co­me al pa­ra­gra­fo vi­sto pri­ma, le co­se si com­pli­ca­no no­te­vol­men­te, per­ché al­la fi­ne del ter­zo an­no, ol­tre agli in­te­res­si com­po­sti che ma­tu­ra­no per due an­ni sugli € 1.000 ver­sa­ti al pri­mo an­no, vi so­no quel­li che ma­tu­ra­no per un an­no su quel­le ver­sa­te al se­con­do an­no e nes­sun in­te­res­se su quel­le ver­sa­te al ter­zo. Stia­mo par­lan­do, in tal ca­so, di an­nua­li­tà po­sti­ci­pa­te. Esa­mi­nia­mo il so­li­to gra­fi­co:





0



+1

-1

+2

+3

+4

a1 = 1.000

1.000 q

1.000 q2

1.000 q




a2 = 1.000


a3 = 1.000






Som­mando avre­mo al­la fi­ne del ter­zo an­no un ca­pi­ta­le fi­na­le da­to da:

C3 = ( 1.000 q2) + (1.000 q) + 1.000

Con­si­de­ran­do un tas­so co­stan­te nei tre an­ni, q avrà me­de­si­mo in­di­ce (che, pertanto, non abbiamo indicato nel grafico per semplificare) e, quindi, elaborando quanto sopra po­tre­mo anche scri­ve­re:

C3 = 1.000 (q2 + q + 1)

O elaborando in termini generici:

Cn = a (qn + qn -1 + qn -2 + … + q2 + q + 1)

Per mez­zo di ar­ti­fi­zio ma­te­ma­ti­co è possibile dimostrare, a con­clu­sio­ne, che il ca­pi­ta­le fi­na­le, ac­cu­mu­lan­do la me­de­si­ma quo­ta a per n an­ni, è da­to da:




qn - 1

Cn = a ______






r







Dove: Cn = Capitale finale o montante; a = Annualità costante; q = (1 + r); n = Anni; r = Tasso di interesse.

Ac­cet­ta­to che il ca­pi­ta­le fi­na­le, ver­san­do ogni an­no la me­de­si­ma som­ma, è da­to dal­la for­mu­la ri­por­ta­ta, pos­sia­mo ra­gio­na­re all'in­con­tra­rio. Qua­le som­ma dob­bia­mo met­te­re da par­te per ave­re al­la fi­ne del ter­zo an­no una cifra pari a €. 5.000? Con sem­pli­ce pas­sag­gio da equa­zio­ne, tro­via­mo co­me for­mu­la che espri­me qua­le an­nua­li­tà oc­cor­re ac­can­to­na­re per rein­te­gra­re un ca­pi­ta­le la se­guen­te:




qn - 1

r


a = Cn ______








Dove: Cn = Capitale finale o montante; a = Annualità costante; q = (1 + r); n = Anni; r = Tasso di interesse.

Ab­bia­mo co­sì de­fi­ni­to in ma­nie­ra in­di­ret­ta, co­sa è una quo­ta di rein­te­gra­zio­ne. La qua­le pos­sia­mo de­fi­nir­la in al­tre, e più sem­pli­ci, pa­ro­le co­me la quo­ta da ac­can­to­na­re re­go­lar­men­te, pre­sup­po­sto un­ tas­so fis­so, per for­ma­re un de­ter­mi­na­to ca­pi­ta­le tra un pre­ci­so nu­me­ro di an­ni. In ca­so di va­ria­zio­ne del tas­so è evi­den­te che oc­cor­re ri­for­mu­la­re il va­lo­re dell'an­nua­li­tà fer­mo re­stan­do il ca­pi­ta­le da rein­te­gra­re. Il ra­gio­na­men­to vie­ne spes­so pro­po­sto dal­le fi­nan­zia­rie e ban­che in te­ma di pia­ni di ac­cu­mu­lo. Vie­ne pro­po­sto un tas­so ipo­te­ti­co (e qui sta l'in­ghip­po, chi può sta­bi­li­re qua­le sa­rà il tas­so nel fu­tu­ro) di­ ren­di­ta del de­na­ro. Ver­san­do, vi di­co­no, € 1.000 all'an­no tra vent'an­ni ri­ce­ve­re­te € 40.000. Si trat­ta, in pratica, nien­te al­tro che del cal­co­lo del­la quo­ta an­nua da ver­sa­re per ot­te­ne­re la rein­te­gra­zio­ne di un ca­pi­ta­le di €. 40.000 do­po vent'an­ni (sem­pre fis­sa­to il tas­so di in­te­res­se). Ap­pa­re evi­den­te che si trat­ta so­lo di ipo­te­si, per­ché nes­su­na ban­ca è gra­do di ga­ran­tir­vi un tas­so cer­to. Chi può sta­bi­li­re gli an­da­men­ti dell'eco­no­mia mon­dia­le? La recente crisi finanziaria mondiale dovrebbe essere servita da lezione (ma così non sarà…) Si trat­ta so­lo di ipo­te­si: una buo­na ban­ca, fi­nan­zia­ria o com­pa­gnia as­si­cu­ra­ti­va, bra­va nel­la ge­stio­ne del de­na­ro, può so­lo ave­re la con­vin­zio­ne (nien­te di più!) di sa­per trat­ta­re i pro­pri in­ve­sti­men­ti in ma­nie­ra ta­le da non scen­de­re mai sot­to un de­ter­mi­na­to tas­so di in­te­res­se, eb­be­ne que­sto po­trà es­se­re il tas­so fis­so su cui cal­co­la­re il ca­pi­ta­le che vi ver­rà rim­bor­sa­to do­po vent'an­ni. Mag­gio­re uti­li­tà nel cal­co­lo dell'an­nua­li­tà co­me quo­ta di in­te­gra­zio­ne si ha nei bi­lan­ci del­le so­cie­tà in­du­stria­li o nel­le azien­de agri­co­le; al­la chiu­su­ra dei me­de­si­mi si ha sem­pre la ne­ces­si­tà di co­no­sce­re qua­le quo­ta ac­can­to­na­re per ot­te­ne­re una cer­ta som­ma do­po un nu­me­ro di an­ni per far fron­te a spe­se di va­rio ge­ne­re. Es­sa vie­ne sem­pre con­si­de­ra­ta co­me una com­po­nen­te ne­ga­ti­va del con­to eco­no­mi­co, co­me fos­se una spe­sa; men­tre di­ven­te­rà com­po­nen­te po­si­ti­va del bi­lan­cio pa­tri­mo­nia­le la rein­te­gra­zione già at­tua­ta nel mo­men­to del cal­co­lo del­lo stes­so.

Per com­pren­de­re l'am­mor­ta­men­to pas­sia­mo al so­li­to esem­pio. Aven­do in pre­sti­to og­gi € 5.000 quan­to dob­bia­mo re­sti­tui­re all'an­no al no­stro cre­di­to­re? Il ra­gio­na­men­to va con­dot­to ri­as­su­men­do tut­to quan­to si­no a qua espres­so par­ten­do dal gra­fi­co del tem­po.

+1

0

-1

+2

+3

+4

5.000 q3







C0 = 5.000





E' suf­fi­cien­te por­ta­re avan­ti nel tem­po i no­stri € 5.000 si­no al­la fi­ne del ter­zo an­no, i qua­li ab­bia­mo già vi­sto di­ven­te­ran­no:

C3 = 5.000 q3

In termini generici:

Cn = C0 qn

A que­sto pun­to è suf­fi­cien­te rein­te­gra­re il ca­pi­ta­le fu­tu­ro con la for­mu­la che già co­no­scia­mo e avre­mo:

a = Cn r / qn – 1 dunque, se Cn = C0 qn

Sostituendo avremo immediatamente la formula, per cui in de­fi­ni­ti­va la quo­ta di am­mor­ta­men­to di un ca­pi­ta­le ri­ce­vu­to og­gi è da­ta da:






qn - 1

r qn


a = Cn ______






Dove: Cn = Capitale finale o montante; a = Annualità costante; q = (1 + r); n = Anni; r = Tasso di interesse.

La quo­ta di am­mor­ta­men­to si può per­ciò de­fi­ni­re co­me la som­ma da ac­can­to­na­re re­go­lar­men­te, pre­sup­po­sto un­ tas­so fis­so, per rim­bor­sa­re in un de­ter­mi­na­to nu­me­ro di an­ni un ca­pi­ta­le uti­liz­za­to og­gi. An­che in que­sto ca­so per va­ria­zio­ni del tas­so oc­cor­re ri­for­mu­la­re il va­lo­re dell'an­nua­li­tà. La quo­ta di am­mor­ta­men­to vie­ne uti­liz­za­ta da par­te del­le ban­che o fi­nan­zia­rie in ca­so di mu­tui e pre­sti­ti in ge­ne­re; lo­ro dan­no a voi og­gi del de­na­ro e voi vi im­pe­gna­te a re­sti­tuir­lo in un da­to nu­me­ro di an­ni. Il­ tas­so fis­so de­ter­mi­ne­rà una ra­ta co­stan­te e im­mo­di­fi­ca­bi­le ne­gli an­ni, men­tre quel­lo co­stan­te ver­rà ri­cal­co­la­to in ba­se al­le va­ria­zio­ni del tas­so uf­fi­cia­le di scon­to dan­do una ra­ta che va­rie­rà in oscil­la­zio­ni per­cen­tua­li le­ga­te al­le con­di­zio­ni del pre­sti­to. Ap­pa­re evi­den­te che in mo­men­ti di mer­ca­to dei tas­si mol­to in­si­cu­ro, con­vie­ne sti­pu­la­re mu­tui a tas­so fis­so (ge­ne­ral­men­te più ca­ri, per­ché que­sto vie­ne sta­bi­li­to qual­co­sa di più ri­spet­to a quel­lo uf­fi­cia­le). In pe­rio­di di eco­no­mia for­te e si­cu­ra, è pos­si­bi­le sti­pu­la­re mu­tui a tas­so va­ria­bi­le. Oc­cor­re pe­rò fa­re un'os­ser­va­zio­ne di ri­to, co­me det­to per le rein­te­gra­zio­ni, nes­su­no può ipo­te­ca­re il fu­tu­ro e ciò che va­le og­gi in eco­no­mia può non va­le­re più do­ma­ni, per­tan­to è me­glio spen­de­re qual­co­sa in più ini­zial­men­te, ma man­te­ne­re il pro­prio tas­so fis­so, cer­to chi ha sti­pu­la­to dei mu­tui ne­gli an­ni 70 quan­do il tas­so era a due ci­fre, og­gi sa­rà stiz­zi­to dal ve­de­re che que­sti ten­do­no a scen­de­re, ma l'in­fla­zio­ne de­gli an­ni in cui i tas­si era­no co­sì ele­va­ti avrà an­che re­so il­ po­te­re d'ac­qui­sto del­la ra­ta del pro­prio mu­tuo più bas­so, da non pa­ti­re per il man­ca­to ade­gua­men­to. An­che l'am­mor­ta­men­to vie­ne usa­to nei bi­lan­ci, per de­ter­mi­na­re il co­sto di un mac­chi­na­rio. Que­sti in­fat­ti, es­sen­do sog­get­ti a usu­ra e ob­so­le­scen­za tec­no­lo­gi­ca, con l'an­da­re del tem­po non avran­no più il­ va­lo­re ini­zia­le. Oc­cor­re­rà per­tan­to cal­co­la­re nei co­sti di un im­pre­sa,

































CENNI DI STATISTICA

[CAPITOLO 1.2 MATEMATICA FINANZIARIA]




1.2.4













Al­tro stru­men­to in ma­no al pe­ri­to esti­ma­to­re di fon­da­men­ta­le im­por­tan­za è la sta­ti­sti­ca. Og­gi in ve­ro ta­le ma­te­ria ha as­sun­to di­men­sio­ni in­ter­di­sci­pli­na­ri di no­te­vo­le di­men­sio­ne, il suo uso spa­zia dal­le ma­te­rie eco­no­mi­che a quel­le me­di­che, dal­le ma­te­rie let­te­ra­rie si­no a quel­le ar­ti­sti­che. L’estimo contempraneo, tendendo sempre più al multicriteriale, si affida ormai religiosamente alla statistica per risolvere la complessità dei dati, ma anche per sopperire alla sua mancanza.

La sta­ti­sti­ca si ba­sa su pre­sup­po­sti scien­ti­fi­ci e il suo fi­ne con­si­ste nel met­te­re in evi­den­za i rap­por­ti esi­sten­ti tra cau­sa ed ef­fet­to nei fe­no­me­ni fi­si­ci, so­cia­li, eco­no­mi­ci ecc., quin­di sot­to­li­nea­re la re­go­la­ri­tà del­le omo­lo­gie di ta­li fe­no­me­ni in mo­do da pre­ve­der­ne il ri­pe­ter­si nel fu­tu­ro4.

Il più sem­pli­ce di ta­li stru­men­ti è la me­dia, del­la qua­le ne esi­sto­no va­ri ti­pi ma tut­te ba­sa­te sul rap­por­to tra gli ele­men­ti che la co­sti­tui­sco­no, la quan­ti­tà de­gli stes­si e il va­lo­re di me­dia, il qua­le rap­pre­sen­ta il più omo­lo­go a tut­ti gli ele­men­ti.

La me­dia arit­me­ti­ca sem­pli­ce, si ba­sa sul rap­por­to da­to da n ele­men­ti som­ma­ti tra lo­ro e il lo­ro nu­me­ro com­ples­si­vo.

Ciò che vuo­le espri­me­re la me­dia arit­me­ti­ca sem­pli­ce è in­tui­ti­vo. Ve­ri­fi­ca­ta una se­rie di va­lo­ri nu­me­ri­ci di qual­sia­si ge­ne­re, ad esem­pio il nu­me­ro di spet­ta­to­ri gior­na­lie­ri di un ci­ne­ma du­ran­te una set­ti­ma­na di os­ser­va­zio­ne, il va­lo­re di me­dia, cioè il nu­me­ro me­dio di spet­ta­to­ri en­tra­ti al ci­ne­ma du­ran­te ogni gior­no, è da­to dal­la som­ma di tut­ti gli spet­ta­to­ri con­teg­gia­ti du­ran­te il pe­rio­do, di­vi­so il nu­me­ro dei gior­ni di ana­li­si.




n

a + b + c + … + n


Mar = ______________








Dove: a, b, c, …, n = Termini dela media; n = Numer dei termini.

Si evin­ce in so­stan­za che gli ele­men­ti deb­bo­no es­se­re omo­ge­nei e rac­chiu­si in un in­sie­me di ana­li­si e il nu­me­ro dei ter­mi­ni de­ve co­in­ci­de­re con la quan­ti­tà di ta­li in­sie­mi. Tor­nan­do all'esem­pio, non è pos­si­bi­le sta­bi­li­re il nu­me­ro de­gli spet­ta­to­ri tra le ore 20,30 e le 22,30 os­ser­van­do­ne il nu­me­ro glo­ba­le per tut­ta la gior­na­ta, ma è ne­ces­sa­rio sta­bi­li­re il nu­me­ro pre­ci­so ri­fe­ri­to all'ora­rio di os­ser­va­zione pre­scel­to (in­sie­me di ana­li­si).

La me­dia arit­me­ti­ca pon­de­ra­ta, è da­ta dal rap­por­to tra la som­ma­to­ria dei va­ri ter­mi­ni mol­ti­pli­ca­ti per il lo­ro va­lo­re e la som­ma­to­ria de­gli stes­si:


a + b + c + … + n

ak1 + bk2 + ck3 + … + nkn


Map = _____________________












Dove: a, b, c, …, n = Termini dela media; n = Numero dei termini; k = Peso dei termini o valore.

Nel­la me­dia pon­de­ra­ta vie­ne in­tro­dot­to il con­cet­to di pe­so, cioè la mag­gio­re o mi­no­re at­ti­nen­za di un ter­mi­ne ver­so un pa­ra­me­tro cau­sa­le in­tro­dot­to nel­la me­dia. Nel­la pra­ti­ca que­sto ti­po di cal­co­lo vie­ne uti­liz­za­to nel cal­co­lo del­le ta­bel­le mil­le­si­ma­li, a ogni su­per­fi­cie ap­par­te­nen­te uno sta­bi­le, sia es­sa abi­ta­ti­va o de­sti­na­ta al com­mer­cio o a ga­ra­ge, ven­go­no at­tri­bui­ti dei pe­si in ba­se al­le mi­glio­ri o peg­gio­ri ca­rat­te­ri­sti­che del­la stes­sa. Vie­ne co­sì, in­tro­dot­to il pa­ra­me­tro qua­li­tà nel cal­co­lo del­la me­dia.

La me­dia geo­me­tri­ca è in­ve­ce da­ta dal­la ra­di­ce del pro­dot­to di un cer­to nu­me­ro di ter­mi­ni. L'in­di­ce del­la ra­di­ce è da­to dal nu­me­ro dei ter­mi­ni del­la me­dia.


________________________________________________



a + b + c + … + n

Mg =










Dove: a, b, c, …, n = Termini dela media; n = Numer dei termini.

Al­tro stru­men­to è rap­pre­sen­ta­to dal­lo stu­dio del­le se­quen­ze di va­lo­ri nu­me­ri­ci le­ga­ti o me­no tra lo­ro da rap­por­ti de­fi­ni­bi­li.

La pro­gres­sio­ne arit­me­ti­ca è da­ta da una se­quen­za di nu­me­ri do­ve la dif­fe­ren­za tra un ele­men­to e il suo pre­ce­den­te o tra il suc­ces­si­vo e l'ele­men­to stes­so, è sem­pre in ra­gio­ne di un nu­me­ro co­stan­te.




a; b; c; …; n = a; a+k; a+2k; a+…k; a+nk








Dove: a, b, c, …, n = Sequenza termini; n = Numer dei termini; k = Ragione della sequenza.

La ra­gio­ne è quin­di una co­stan­te som­ma­ta tan­te vol­te al pri­mo ter­mi­ne del­la se­quen­za in ba­se al­la po­si­zio­ne di di­stan­za da que­sto. Esi­sto­no an­che: la pro­gres­sio­ne geo­me­tri­ca, do­ve la ra­gio­ne di­ven­ta un fat­to­re co­stan­te di mol­ti­pli­ca­zio­ne dei sin­go­li ele­men­ti del­la se­quen­za; la pro­gres­sio­ne espo­nen­zia­le do­ve la ra­gio­ne è una co­stan­te espo­nen­te.

Esi­sto­no an­che le se­quen­ze di nu­me­ri non le­ga­ti da al­cu­na ra­gio­ne ma­te­ma­ti­ca, de­fi­ni­te co­me sem­pli­ci dis­tri­bu­zio­ni di va­lo­ri.

La me­dia­na di una dis­tri­bu­zio­ne di va­lo­ri è da­ta dal va­lo­re cen­tra­le del­la stes­sa una vol­ta or­di­na­ti gli ele­men­ti in ma­nie­ra cre­scen­te o de­cre­scen­te. Ad esem­pio con­si­de­ran­do una se­quen­za di nu­me­ri del ti­po: 3, 7, 11, 17, 19, 23 e 29, il va­lo­re me­dia­no sa­rà da­to da 17 il­ qua­le è sem­pli­ce­men­te il va­lo­re di mez­zo del­la sca­la or­di­na­ta.

La mo­da di una dis­tri­bu­zio­ne di va­lo­ri è da­ta dal va­lo­re che si pre­sen­ta più vol­te all'in­ter­no del­la stes­sa se­quen­za, quin­di il va­lo­re più fre­quen­te. Ad esem­pio con­si­de­ran­do una se­quen­za del ti­po: 3,4, 7, 9, 11, 3, 12, 3, 7, 9, 12, 6, 5, 3, 7, il va­lo­re di mo­da sa­rà da­to dal nu­me­ro 3 il­ qua­le è quel­lo che si pre­sen­ta più fre­quen­te­men­te nel­la se­rie.

Que­sti so­no so­lo al­cu­ni con­cet­ti ru­di­men­ta­li del­la sta­ti­sti­ca, la qua­le ri­pe­tia­mo, è scien­za so­fi­sti­ca­ta e mol­to usa­ta in tut­ti i cam­pi del­lo sci­bi­le. Esi­sto­no al­tri stru­men­ti sta­ti­sti­ci qua­li: la cor­re­la­zio­ne, l'estra­po­la­zio­ne e via di­cen­do, per i qua­li ri­man­dia­mo, il pe­ri­to in­te­res­sa­to ad ap­pro­fon­di­re il te­ma e le pro­prie co­gni­zio­ni spe­cia­li­sti­che, a un te­sto spe­cia­liz­za­to.
















1.3.1

CONCETTO DI ESTIMO

[CAPITOLO 1.3 ESTIMO GENERALE]










L'esti­mo non è una scien­za, non è in­fat­ti una co­no­scen­za esat­ta e ra­gio­na­ta, ba­sa­ta sull'os­ser­va­zio­ne dei fe­no­me­ni co­stan­ti del­la real­tà e le sue cau­se. L'esti­mo è pe­rò, per con­tro, ba­sa­to su pre­sup­po­sti de­ter­mi­ni­sti­ci 1. Fis­sa­ti i pa­ra­me­tri di stu­dio, il ri­sul­ta­to di ar­ri­vo è si­cu­ra­men­te de­ter­mi­na­to da suoi pre­sup­po­sti, co­me ac­ca­de nel­le scien­ze esat­te. L'esti­mo è un con­te­ni­to­re di prin­ci­pi, cri­te­ri e me­to­di, cioè me­glio de­fi­ni­bi­le co­me una di­sci­pli­na. Lo sco­po dell'esti­mo è quel­lo di for­mu­la­re e mo­ti­va­re me­to­do­lo­gi­ca­men­te il prez­zo per quei be­ni uni­ci le cui trans­a­zio­ni av­ven­ga­no a in­ter­val­li di tem­po tal­men­te di­stan­ti da non ave­re un luo­go fi­si­co de­fi­ni­bi­le co­me mer­ca­to. Nell'esti­mo non si cer­ca di da­re un va­lo­re a un sac­co di pa­ta­te o a un mat­to­ne, per que­sti be­ni, 'non uni­ci' per­ché ri­pe­ti­bi­li e non do­ta­ti di una lo­ro ca­rat­te­riz­za­zio­ne fi­si­ca, esi­ste un luo­go di for­ma­zio­ne del prez­zo. Il pe­ri­to nel con­si­de­ra­re i be­ni aven­ti un­ mer­ca­to non emet­te giu­di­zi di va­lo­re, cer­ca so­lo di ve­ri­fi­ca­re at­tra­ver­so una sem­pli­ce in­da­gi­ne qual è il prez­zo sta­bi­li­to dal­la leg­ge del­la do­man­da e dell'of­fer­ta nel gior­no di sti­ma. I be­ni sen­za mer­ca­to le cui trans­a­zio­ni, cioè i pas­sag­gi dall'aven­te bi­so­gno (del be­ne) al ce­den­te bi­so­gno, non av­ven­go­no quo­ti­dia­na­men­te, ma in ter­mi­ni di an­ni o de­cen­ni o per­si­no de­ci­ne di de­cen­ni, non of­fro­no la pos­si­bi­li­tà di ave­re con im­me­dia­tez­za il prez­zo. Per ave­re il prez­zo di un mat­to­ne è suf­fi­cien­te do­man­da­re al ri­ven­di­to­re più vi­ci­no quan­to co­sta; per sta­bi­li­re il prez­zo di una chie­sa scon­sa­cra­ta e ab­ban­do­na­ta da de­cen­ni, ubi­ca­ta in mez­zo al­la cam­pa­gna, ci tro­via­mo si­cu­ra­men­te in dif­fi­col­tà. L'esti­mo vuo­le of­fri­re al pe­ri­to i mez­zi per ri­u­sci­re a da­re sem­pre e co­mun­que un prez­zo (per­si­no ne­ga­ti­vo, co­me nel ca­so del­la va­lu­ta­zio­ne dei dan­ni) a un be­ne sen­za mer­ca­to o me­glio, un be­ne i cui pas­sag­gi tra do­man­da e of­fer­ta av­ven­ga­no tal­men­te len­ta­men­te per il qua­le è im­pos­si­bi­le sta­bi­li­re un prez­zo fis­sa­to. Di­cia­mo in al­tre pa­ro­le e ri­fe­ren­do­ci a va­lo­ri ma­te­ma­ti­ci, che l'esti­mo af­fi­na le sue me­to­do­lo­gie e i suoi prin­ci­pi in ma­nie­ra di­ret­ta­men­te pro­por­zio­na­le ai tem­pi di trans­a­zio­ne del be­ne og­get­to del­la sti­ma. Mag­gio­re è il tem­po in­ter­cor­so dall'ul­ti­ma trans­a­zio­ne e più dif­fi­ci­le è ri­u­sci­re a sta­bi­li­re con esat­tez­za il prez­zo del be­ne stes­so.

I be­ni eco­no­mi­ci og­get­to dell'esti­mo so­no es­sen­zial­men­te quel­li im­mo­bi­li e ciò, si può evin­ce­re dal­la sua stes­sa de­fi­ni­zio­ne. Que­sti in­fat­ti, non so­no be­ni con­su­ma­bi­li per i qua­li vi sia la ne­ces­si­tà di sta­bi­li­re un prez­zo di mer­ca­to si­cu­ro e quo­ti­dia­no, il qua­le, per una no­ta leg­ge eco­no­mi­ca, ten­de a co­in­ci­de­re con il prez­zo di co­sto. I be­ni im­mo­bi­li han­no du­ra­ta lun­ghis­si­ma, il rap­por­to tra co­sto e prez­zo per­de ra­gio­ne d'es­se­re pro­prio per la du­ra­ta de­gli in­ter­val­li tra le trans­a­zio­ni del be­ne stes­so. Nei be­ni im­mo­bi­li non si­ par­la di pro­fit­to de­ri­van­te dal­la for­bi­ce esi­sten­te tra prez­zo e co­sto, ma­ si par­la di ren­di­ta, la cui ge­ne­si è no­te­vol­men­te più com­ples­sa e de­ter­mi­na­ta da fat­to­ri im­pre­ve­di­bi­li co­me la po­si­zio­ne, la nor­ma­ti­va e al­tre com­po­nen­ti dif­fi­cil­men­te va­lu­ta­bi­li a prio­ri.

Eser­ci­ta­re l'esti­mo si­gni­fi­ca for­mu­la­re un giu­di­zio di va­lo­re di un be­ne im­mo­bi­lia­re, at­tra­ver­so un'at­ten­ta ana­li­si del­la real­tà, pas­san­do dal com­ples­so al par­ti­co­la­re at­tra­ver­so sche­ma­tiz­za­zio­ni sem­pre più det­ta­glia­te.

L'esti­mo vie­ne ge­ne­ral­men­te clas­si­fi­ca­to in­gab­bian­do­lo in una se­que­la di sca­to­le ci­ne­si, le qua­li ten­do­no a com­pli­ca­re una di­sci­pli­na che in real­tà è, e do­vreb­be es­se­re, ba­sa­ta su pre­sup­po­sti di chia­rez­za e buon sen­so. Per­tan­to pre­mes­so que­sto, cer­ca­re di clas­si­fi­ca­re i va­ri cam­pi di ap­pli­ca­zio­ne è com­pi­to ar­duo, tut­ta­via può es­se­re co­mun­que uti­le ai fi­ni di de­fi­ni­zio­ne del cam­po pre­ci­so dei no­stri stu­di.

Se clas­si­fi­chia­mo l'esti­mo in ba­se al­la ti­po­lo­gia de­gli im­mo­bi­li og­get­to del­le for­mu­la­zio­ni di va­lo­re ab­bia­mo es­sen­zial­men­te tre ti­pi di sot­to­di­sci­pli­ne: l'esti­mo ru­ra­le che si oc­cu­pa es­sen­zial­men­te di sti­ma di azien­de agra­rie e pro­ble­mi a lo­ro con­nes­se, l'esti­mo ci­vi­le o ur­ba­no che si oc­cu­pa del­le abi­ta­zio­ni o del­le aree fab­bri­ca­bi­li e pro­ble­mi re­la­ti­vi e in­fi­ne l'esti­mo in­du­stria­le che si oc­cu­pa del­la sti­ma e dei pro­ble­mi del­le strut­tu­re pro­dut­ti­ve in ge­ne­re.

Se clas­si­fi­chia­mo l'esti­mo in ba­se al­la di­men­sio­ne de­gli im­mo­bi­li con­si­de­ra­ti nel­la for­mu­la­zio­ne dei giu­di­zi di sti­ma ab­bia­mo due gran­di ti­pi di esti­mo: l'esti­mo pri­va­to o mi­cro esti­mo, ba­sa­to su va­lo­ri sta­ti­sti­ci o al­le ri­cer­che di mer­ca­to e aven­te co­me og­get­to di stu­dio es­sen­zial­men­te be­ni im­mo­bi­li pri­va­ti di sog­get­ti in­di­vi­dua­li e l'esti­mo pub­bli­co o ma­cro esti­mo, ba­sa­to sul­lo stu­dio del ter­ri­to­rio, del­le nor­ma­ti­ve, sull'uti­li­tà mar­gi­na­le e aven­te co­me og­get­to di stu­dio grup­pi di be­ni pub­bli­ci di sog­get­ti col­let­ti­vi.

Se clas­si­fi­chia­mo l'esti­mo in ba­se ai mez­zi di ana­li­si ab­bia­mo: l'esti­mo or­di­na­rio, cioè l'esti­mo clas­si­co, ba­sa­to sul­la ma­te­ma­ti­ca fi­nan­zia­ria e sul­le leg­gi che re­go­la­no l'e­co­no­mia e l'esti­mo le­ga­le, ba­sa­to sul­la nor­ma­ti­va e de­sti­na­to a ri­sol­ve­re con­tro­ver­sie giu­ri­di­che.







































1.3.2

I PRINCIPI ESTIMATIVI

[CAPITOLO 1.3 ESTIMO GENERALE]














Va­lu­ta­re un be­ne si­gni­fi­ca sta­bi­li­re in ter­mi­ni di­ prez­zo il suo va­lo­re. Di­cen­do e ac­cet­tan­do que­sto, im­pli­ci­ta­men­te e ta­ci­ta­men­te si af­fer­ma­no i prin­ci­pi sot­te­si dal­lo stes­so as­sun­to. Esi­sto­no in­fat­ti, dei prin­ci­pi uni­ver­sal­men­te ri­co­no­sciu­ti dal­la scuo­la esti­ma­ti­va, il va­lo­re dei qua­li ri­sie­de nel­la stes­sa de­fi­ni­zio­ne di va­lu­ta­zio­ne pri­ma vi­sta e che an­dia­mo ad ana­liz­za­re.

Da­re va­lo­re a un be­ne im­mo­bi­le non può pre­scin­de­re dal mo­ti­vo per il qua­le la for­mu­la­zio­ne di va­lo­re vie­ne com­piu­ta. Ap­pa­re evi­den­te che nel da­re il va­lo­re ad una abi­ta­zio­ne per fis­sar­ne il­ prez­zo in­ una com­pra­ven­di­ta o per cal­co­lar­ne l'ICI o in ca­so di suc­ces­sio­ne ere­di­ta­ria usia­mo cri­te­ri pro­fon­da­men­te dif­fe­ren­ti. Nes­su­no si so­gne­reb­be in­fat­ti di sta­bi­li­re co­me prez­zo di ven­di­ta di una abi­ta­zio­ne quel­lo ca­ta­sta­le. Pos­sia­mo di­re che, in que­sto ca­so, l'esti­mo ab­ban­do­na la pre­ci­sio­ne scien­ti­fi­ca del pro­ces­so di for­mu­la­zio­ne del giu­di­zio e ab­brac­cia il me­to­do eu­ri­sti­co, ti­pi­co del­le di­sci­pli­ne fi­na­liz­za­te. Il prin­ci­pio vie­ne co­mu­ne­men­te de­fi­ni­to co­me: "Di­pen­den­za del va­lo­re di sti­ma in ba­se al­lo sco­po per il qua­le vie­ne re­dat­ta". La ra­gio­ne eco­no­mi­ca del prin­ci­pio è sem­pli­ce, ogni be­ne im­mo­bi­le as­su­me una plu­ra­li­tà di aspet­ti eco­no­mi­ci e le­ga­li che gli con­fe­ri­sco­no di­ver­so va­lo­re con­se­guen­te.

Il va­lo­re del­la sti­ma di­pen­de dal suo sco­po, tut­ta­via qual­sia­si sia que­sto fi­ne, il me­to­do uti­liz­za­to è sem­pre e uni­ver­sal­men­te ri­co­no­sciu­to co­me iden­ti­co per tut­ti i pe­ri­ti, cioè quel­lo ba­sa­to sul­la com­pa­ra­zio­ne dei da­ti rac­col­ti. Il prin­ci­pio vie­ne de­fi­ni­to co­me: "La com­pa­ra­zio­ne dei da­ti co­me uni­co me­to­do esti­ma­ti­vo".

Es­so con­si­ste in tre fa­si di­stin­te: la pri­ma fa­se di rac­col­ta dei da­ti, la qua­le con­si­ste nel cer­ca­re il­ mag­gior nu­me­ro pos­si­bi­le di­ be­ni ana­lo­ghi a quel­lo og­get­to del­la sti­ma per i qua­li sia pos­si­bi­le ave­re un prez­zo cer­to; la se­con­da fa­se di ri­or­di­no dei da­ti, nel­la qua­le il pe­ri­to or­di­na i va­lo­ri nu­me­ri­ci rac­col­ti se­con­do un or­di­ne cre­scen­te o de­scre­scen­te e col­le­ga a ogni va­lo­re nu­me­ri­co il be­ne ana­lo­go cor­ri­spon­den­te; la ter­za e ul­ti­ma fa­se di scel­ta del be­ne ana­lo­go aven­te il­ mag­gior nu­me­ro di­ ca­rat­te­ri­sti­che si­mi­li al be­ne og­get­to di sti­ma, nel­la qua­le il pe­ri­to as­su­me il­ prez­zo as­so­cia­to a ta­le be­ne, co­me il va­lo­re og­get­to di sti­ma. Con que­sto prin­ci­pio si evi­den­zia il ca­rat­te­re non scien­ti­fi­co dell'esti­mo, ogni giu­di­zio di sti­ma è ba­sa­to sul­la com­pa­ra­zio­ne di da­ti ana­lo­ghi dis­in­te­res­san­do­si del­le cau­se che han­no de­ter­mi­na­to ta­li va­lo­ri. In al­tre pa­ro­le, per ar­ri­va­re a sta­bi­li­re il prez­zo di un be­ne im­mo­bi­le oc­cor­re ri­le­va­re il mag­gior nu­me­ro di­ prez­zi di trans­a­zio­ne di be­ni con sco­pi si­mi­li a quel­lo og­get­to del­la sti­ma. Una vol­ta scel­to tra que­sti, quel­lo 'più si­mi­le' tra i 'si­mi­li', il suo va­lo­re sa­rà quel­lo pre­scel­to.

La sti­ma di­ un­ be­ne che non con­ten­ga co­me con­clu­sio­ne l'espres­sio­ne del prez­zo dell'im­mo­bi­le og­get­to del­la stes­sa, è una pe­ri­zia inu­ti­le. For­mu­la­re un prez­zo in­te­so co­me rap­por­to tra il­ be­ne e la mo­ne­ta, è uno dei fon­da­men­ti dell'at­ti­vi­tà esti­ma­ti­va, ta­le azio­ne con­sen­te in­fat­ti, di fa­re ri­fe­ri­men­to cer­to e pre­ci­so a un va­lo­re nu­me­ri­co. Per­tan­to pos­sia­mo de­fi­ni­re un al­tro prin­ci­pio dell'esti­mo, quel­lo per cui: "Il prez­zo è il fon­da­men­to di ogni giu­di­zio di sti­ma". Al­cu­ni stu­dio­si sot­to­li­nea­no, mol­to ar­gu­ta­men­te, che il prez­zo “si dà” al­le co­se so­lo in ma­nie­ra rea­le, poi­ché es­so è un giu­di­zio so­stan­zial­men­te ba­sa­to su ele­men­ti sto­ri­ci. Nel ca­so di be­ni im­mo­bi­li la for­mu­la­zio­ne non av­vie­ne in ma­nie­ra rea­le, ben­sì ipo­te­ti­ca­men­te (ogni giu­di­zio è so­lo ba­sa­to su ipo­te­si). In al­tre pa­ro­le, il prez­zo è un va­lo­re di scam­bio di un be­ne, il giu­di­zio di sti­ma è in­ve­ce so­lo u­na po­ten­zia­li­tà di scam­bio. Il Ma­la­car­ne5 già dal 1977 ha smascherato la fallacia concettuale di questo principio, tuttavia ancora oggi molti au­to­ri ritengono che una sti­ma non è ta­le se non con­tie­ne un prez­zo ov­ve­ro an­che un va­lo­re monetario.

Volendo ridurre il concetto a delle definizioni –comunque chiarificatrici-possiamo dire che l'esti­mo nel­la più mo­der­na accezione è, dun­que, la previsione del va­lo­re di un be­ne espres­sa attraverso un al­tro be­ne. Viene da se, poi, capire che il bene per eccellenza, attraverso il quale è possibile comparare con immediatezza e precisione tutti gli altri, è il denaro. Esprimere quindi il valore di un bene attraverso il denaro è stabilirne il suo prezzo, anche se occorre osservare che questa definizione, così semplificata, è imprecisa. Il prezzo intuitivamente ci porta col ragionamento a pensare a una misurazione desunta direttamente dalla realtà; valutare non è misurare, ma solo prevedere, ragione per la quale è sempre opportuno ricordare sempre che essendo la stima un giudizio di valore, il prezzo formulato in una valutazione è solo quello “più probabile”, non il prezzo vero e proprio.

La sti­ma è nien­te al­tro che una pre­vi­sio­ne di prez­zo, ma pre­sup­po­sto fon­da­men­ta­le per­ché la pre­vi­sio­ne ab­bia va­lo­re è che gli ele­men­ti di ba­se uti­liz­za­ti per la for­mu­la­zio­ne del giu­di­zio di sti­ma per­man­ga­no pres­so­ché ugua­li nel tem­po. Al­tro prin­ci­pio è quin­di: "La pre­vi­sio­ne del­le con­di­zio­ni pro­prie dell'at­tua­li­tà". Qual­cu­no po­treb­be sol­le­va­re del­le per­ples­si­tà cir­ca i giu­di­zi di sti­ma for­mu­la­ti og­gi, nel tem­po pre­sen­te, qua­lo­ra si trat­ti di un be­ne da­ sti­ma­re, ma­ga­ri non più esi­sten­te e ri­fe­ri­to a cin­quant'an­ni pas­sa­ti. Per mez­zo del­la ma­te­ma­ti­ca fi­nan­zia­ria, tra­scu­ran­do il prin­ci­pio dell'esti­mo che vuo­le la sti­ma con un ca­rat­te­re di pre­vi­sio­ne e per­ma­nen­za del­le con­di­zio­ni, sa­reb­be suf­fi­cien­te da­re un va­lo­re al be­ne ai prez­zi di og­gi, e poi por­tar­lo in­die­tro nel tem­po per mez­zo del­le for­mu­le ana­liz­za­te al ca­pi­to­lo pre­ce­den­te. Ma co­me va­lu­ta­re un im­mo­bi­le che, ad esem­pio, cin­quant'an­ni fa si tro­va­va nel­la pe­ri­fe­ria di una cit­tà e og­gi è sta­to as­si­mi­la­to al cen­tro del­la stes­sa? O una ca­sa di pe­sca­to­ri iso­la­ta po­sta in ri­va al ma­re in una ri­vie­ra dis­a­bi­ta­ta e po­ve­ra, la qua­le og­gi si tro­va in po­si­zio­ne spet­ta­co­la­re ri­spet­to a un cen­tro tu­ri­sti­co bal­nea­re? E' evi­den­te che uti­liz­zan­do sem­pli­ce­men­te le no­te for­mu­le fi­nan­zia­rie, tro­via­mo in en­tram­bi i ca­si, va­lo­ri so­prav­va­lu­ta­ti ri­spet­to a quel­li dell'epo­ca. Que­sto per­ché il giu­di­zio di sti­ma de­ve es­se­re cro­no­lo­gi­ca­men­te po­si­zio­na­to in un mo­men­to an­te­ce­den­te a quel­lo cui de­ve ri­fe­rir­si. Quel­lo è il co­sid­det­to mo­men­to ze­ro o at­tua­le, al qua­le ven­go­no ri­fe­ri­ti tut­ti i cal­co­li fi­nan­zia­ri. Ap­pa­re chia­ro che il pro­ce­di­men­to pri­ma de­scrit­to, al­la lu­ce di que­sta af­fer­ma­zio­ne, non è più cor­ret­to: se il mo­men­to ze­ro è nel pas­sa­to e noi co­no­scia­mo il va­lo­re at­tua­le del be­ne, non ab­bia­mo con que­sto il Cn cioè il va­lo­re fi­na­le, ben­sì un al­tro Co de­ri­va­to da di­ver­so giu­di­zio di sti­ma nel qua­le ab­bia­mo con­si­de­ra­to con­di­zio­ni e pre­vi­sio­ni di­ver­se. Quin­di ne de­ri­va che il Co di­scen­de sem­pre da un giu­di­zio di sti­ma, men­tre il Cn de­ri­va sem­pre e so­lo da ope­ra­zio­ni ma­te­ma­ti­che ef­fet­tua­te par­ten­do da Co.


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