thriller storico
Pina Varriale
Smashwords Edition
Tutti i diritti riservati
Copertina:
Serena Montesarchio
Crediti:
Tasastock, Sannys-Stocks, Luna2879, ACrazyCharade-Stock
Impaginazione e grafica:
Giuseppe Meligrana
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Ha collaborato come giornalista per diversi quotidiani e periodici nazionali. Ha curato e condotto servizi di attualità e culturali per emittenti radiofoniche e televisive. Attualmente collabora con il quotidiano l’Avvenire con brevi racconti dedicati all’infanzia e all’adolescenza. Si è occupata dei “ragazzi a rischio” progettando e realizzando un laboratorio artistico e teatrale. Ha scritto e messo in scena lavori teatrali per ragazzi. Ha partecipato, come pittrice, a mostre e concorsi nazionali. Ha insegnato Scrittura Creativa presso la sede di Napoli della Fondazione Humaniter. Cura la rubrica “Pollicino: per non perdersi tra i libri” sul settimanale “ioCome”.

Contatto:
Sito web:

Nel cuore della tempesta c’è pace, al centro della vita c’è stabilità e potere.
Cercali sempre, o neofita, poiché in essi troverai te stesso.
William Walker Atkinson
Il buio sapeva di muffa o forse era una mela marcia dimenticata in un angolo del nulla. Difficile dirlo quando sei nudo e cieco, un grumo di dolore tra le dita dalla morte.
“Pietà... pietà di me...”
Sentì gemere i cardini della porta, d’istinto accostò le ginocchia al mento. Due spuntoni d’ossa a malapena ricoperti da un velo di pelle macerata dal freddo.
Verranno a prendermi e mi faranno male.
Il ricordo di quello che gli era accaduto era ancora vivo tra le sue gambe, un taglio netto che aveva stabilito una volta per tutte la linea di confine.
Infilò le mani tra le cosce per toccare i grumi di sangue, secco, come la sua gola avida d’acqua.
Aveva bevuto piscio e lacrime. Non era un incubo, no, non si sarebbe svegliato con i piedi di Raffaello incastrati nel costato. Suo fratello... Lui no, non l’avevano preso. L’avevano lasciato sul pagliericcio, con gli occhi dilatati e la bocca spalancata in un grido silenzioso.
Aveva perduto il senso del tempo, i giorni erano scivolati in una palude scura, si erano persi in una dimensione sconosciuta, dove non esisteva altro che il terrore di un mostro senza volto, un’ombra stagliata sulla porta di casa.
Pietà, Signore...
Non si faceva illusioni. Nessuna preghiera avrebbe cambiato il suo destino.
Napoli, marzo 1737
- Ecco, ho fatto tutto quello che mi avevate chiesto.
- Ne sei proprio sicuro? Nun sgarrari... io sono uno che non scherza...
Gli sorrise e poi, svelto, abbassò il capo. Giovanni, il “tavutaro”, non poteva permettersi di perdere un cliente così importante.
- Sono stato con gli occhi aperti, eccellè, io il lavoro lo so fare, lo sapete, no?
- Piantala, non mi interessano le tue chiacchiere, portala di sotto e sta’ attento a non sciupare il materiale – aggiunse voltandogli le spalle.
Sollevato senza sforzo quel corpo inerme, se lo caricò sulle spalle. Pesava sì, ma molto meno delle sue bare di legno, quelle che gli avevano regalato l’odioso soprannome: “tavutaro”.
Si guadagnava la vita, vestendo di buon legno carcasse già gonfie. Certo, non è che quel “vestito” potessero permetterselo tutti. Magari! Ce n’erano ancora tanti che seppellivano i morti avvolti nello stesso misero lenzuolo in cui avevano dormito da vivi. Non così i ricchi, per fortuna. La morte, si sa, è meno amara per chi può pagarsi le sanguisughe e i cataplasmi e, nell’ora suprema, pure una cassa fatta a regola d’arte. Un gioiello d’intarsi, di foglie d’alloro intrecciate, di serafini pronti ad accogliere l’anima del defunto.
“Ecco un altro pasto per i tuoi demoni” pensò, mentre scendeva, cauto, la stretta scaletta di pietra.
La luce della torcia non bastava a illuminare l’ampia stanza del piano interrato. Intorno, larghe pozze di buio nascondevano segreti che preferiva ignorare. Solo una volta aveva osato spingersi poco più avanti dell’angolo dove, di solito, deponeva il carico. A fatica aveva represso il vomito e dire che credeva di essere abituato a tutto! Quanti morti ammazzati aveva raccolto con le sue mani tozze, ricacciandogli nella pancia, gonfia per la putrefazione, le viscere fetide e mollicce. A ripensarci le gambe gli tremavano ancora.
I mostri erano lì, su un scaffale di legno, imprigionati dentro campane di vetro: creature dalla pelle grigia, dalle schiene squamose, con occhi di rospo, arti deformi e teste doppie.
Era convinto che i cadaveri che portava al siciliano, servissero a nutrire quei mostri che sembravano morti solo in apparenza. Gli era bastato, infatti, voltare le spalle per sentirsi trapassare dai loro sguardi maligni. Da allora non si era più arrischiato: la curiosità poteva costargli cara e nulla avrebbe guadagnato, fissando quegli orrori dalle sclere bianche.
Dopo aver deposto il “materiale” sul tavolo, come aveva ordinato il siciliano, risalì a passo svelto le scale. Richiudendo la piccola porta di quercia, rabbrividì a causa dell’umidità che gli era già entrata nelle ossa.
- Hai lasciato la roba dove ti ho detto?
- Ho fatto come avete ordinato voi, eccellenza, lo sapete che, per me, è un piacere servirvi.
- Siete maestri, voi napoletani, nell’arte di adulare le persone...
Chinò leggermente la testa: gli uomini sono come le arpe, basta toccare la corda giusta per ottenere la melodia che si desidera. Il siciliano non era diverso dagli altri, arrogante e borioso ma... pagava bene! Si diceva che avesse esercitato la medicina prima di lasciare Palermo. Apparteneva di certo a una famiglia facoltosa e, benché non avesse nobili origini, era pur sempre un uomo importante, un uomo di scienza, uno da chiamare “eccellenza”.
- Ecco il tuo denaro e ora va’, sparisci, ma ricordati che la prossima volta voglio un maschio, giovane e robusto, diciamo che... che se è sui quattordici anni va bene.
- Lasciate fare a me, eccellè, sarete servito.
Arretrò lentamente verso la porta, attento a non voltare la schiena al siciliano che si era messo ad affilare un coltello capace di cavare l’anima a un uomo in meno di niente.
Ancora pochi passi, con il sorriso appiccicato sulla faccia e lo sguardo obliquo. Per poco non inciampò nei pochi gradini di pietra che davano nel cortiletto buio, sul retro di quel palazzotto di tufo dalle finestre strette, assediato dall’edera e dal muschio. Gli era andata bene, non è da tutti trattare col demonio e riportare a casa l’anima e la carcassa.
La bocca era sensuale e carnosa, gli occhi avevano ciglia lunghe e ricurve, ai lati del viso i riccioli morbidi e scuri ricadevano sulle spalle. Se non fosse stato per il pallore della pelle, sarebbe apparsa come addormentata.
Di solito, non indugiava a lungo sul volto dei morti, aveva imparato da tempo che le apparenze, per quanto piacevoli, ingannano.
Provò sotto i polpastrelli la lama perfettamente affilata.
- Diamoci da fare, la verità non può attendere.
Aveva lasciato a Palermo tutti i suoi attrezzi. Se solo ne avesse portato uno con sé! Non aveva avuto il tempo per recuperare nemmeno i bisturi, i trapani e le piccole tenaglie che aveva forgiato con le sue mani. Niente! Solo una borsa semivuota in quella fuga precipitosa.
Per evitare che i merletti dei polsi lo intralciassero nei movimenti, si arrotolò le maniche fino ai gomiti. Era pronto. La fiammella della lampada a olio irradiava bagliori giallastri sulle pietre scure del pavimento. Il corpo disteso sul tavolo sembrava non aspettasse altro che quella lama per svelargli i suoi segreti.
“Lo so, qui dentro non ci sono presenze né spiriti, nessun soffio divino in questo involucro di carne ed ossa, ma se c’è un punto in questa macchina dove vita e morte si generano, io lo troverò”.
Si lasciò sfuggire un sospiro.
“Perché la gente è così cieca da non vedere ciò che è più evidente?”
- Non puoi dare la colpa al popolino. È solo ignorante! – sarebbero state le parole di Pietro Camarani se solo fosse stato presente – Ciò che a noi sembra così chiaro, amico mio, per gli altri è solo un enigma.
Quante volte avevano discusso sulla possibilità di identificare quel punto, origine e matrice della forza vitale. Quanti discorsi, quante incomprensioni su quell’argomento, ma ormai era acqua passata.
- Cosa farai se dovessi trovare il principio? – gli chiese Camarani, una sera d’estate, dopo che avevano seppellito, in un bosco, il corpo di un ragazzo – Ti metterai al posto del grande Artefice?
Gli toccò far ricorso a un sorriso beffardo prima di rispondergli a tono:
- Non hai capito proprio niente. Non posso mica pinsàri di far rivivere i cadaveri. Che sciocchezza! Non sono così pazzo da pretendere l’impossibile.
L’amico gli si piantò davanti, occupando il centro del viottolo:
- Ti conosco troppo bene, mio caro, per bere questa frottola, stai macchinando qualcosa e non vuoi dirmelo... Sei troppo borioso o non ti fidi più di me? Che ti succede? Ti ho aiutato in ogni impresa, persino quando non ero affatto d’accordo! E adesso ti metti a fare il misterioso?
Sentì una fitta al costato, un dolore breve ma lancinante, che rese incerta la voce:
- La mia ricerca ha... ha... un altro scopo... Non credo che sia possibile sottrarre alla Morte ciò che è già guasto, tuttavia sono convinto che in qualche modo si possa intervenire per impedire alla “macchina” di... di fermarsi. Ecco... ecco cosa cerco!
Pietro gli sorrise lisciandosi i baffi da topo:
- Perché me lo dici solo adesso? Ti avrei detto subito che non mi interessava. E poi, tutti quei disgraziati che ho dovuto procurati per i tuoi esperimenti? Non voglio neanche contarli! Se penso alle decine di corpi che abbiamo sezionato, al ragazzo che abbiamo appena sepolto in quella fossa... Io credevo che tu volessi vincere la morte e invece ti piace soltanto giocare a fare Dio.
Aveva alzato la voce e Giuseppe fu costretto a zittirlo.
- Taci! Vuoi che ci scoprano e ci portino dritti in galera?
- Sei pazzo! – ribatté Camarani, risentito – Hai mai pensato che per la tua scelleratezza potrebbe accadere qualcosa di irreparabile a chi ami? Non puoi essere così cieco!
- È falso, non sai quello che dici. E poi che c’entra questo con i miei esperimenti di anatomia?
Se gli avesse dato ascolto! Pietro Camarani aveva parlato da profeta.
Era come il lamento di un animale ferito, muggiva forte battendo contro gli scogli. Il fragore delle onde, amplificato dagli anfratti e dai cunicoli scavati nella roccia, arrivava fin là, sotto la sua finestra.
Il vento gonfiava le pesanti tende di broccato che solo qualche ora prima la cameriera aveva provveduto a chiudere, assicurandole al muro, con un nastro di seta rossa. Una inutile precauzione visto che l’aria carica di vapori salmastri aveva già impregnato la stanza.
E quel muggito, quel lamento lungo e senza sosta! A volte non riusciva proprio a sopportarlo. Alla sua età, cinquanta appena compiuti, Ruggiero di Vallepiana non era più disposto a essere tollerante. Chi ha stabilito che l’impazienza sia una prerogativa dei giovani? Non c’è niente di più sbagliato!
Si alzò, a fatica, dalla sedia e andò a chiudere la finestra. Inutile chiamare la servitù, a quell’ora dormivano tutti. Soltanto quella infida distesa d’acqua, laggiù, non trovava pace. Mugghiava assaltando gli scogli con un impeto spaventoso. Chissà che ne era stato delle barche dei pescatori. Era durante notti come quella che accadevano le disgrazie. Ben lo sapevano le mogli, le madri e le sorelle che non facevano in tempo a togliersi le gramaglie che già dovevano indossarle per un altro morto. Una bestia vorace, il mare, un nemico che gli entrava nella stanza e appestava ogni cosa col suo odore di alghe marce e di pesci morti.
Ritornò alla scrivania, riprese in mano la penna ma i pensieri ormai si erano confusi e il sonno gli appesantiva le palpebre.
“Non c’è fretta” si disse, poi sorrise tra sé. Per una volta si poteva concedere il lusso di prendere tempo.
Il Consiglio aspettava che facesse pervenire entro la fine della settimana, una relazione dettagliata sullo stato del Seggio di Porta Capuana.
Un moto di stizza gli accelerò i battiti nel petto. Il vecchio tamburo faceva ancora il suo dovere, nonostante l’ultimo scossone.
Ruggiero si era sentito male subito dopo l’incontro con gli Eletti di Forcella e di Porta di Massa. Un freddo di morte gli aveva attanagliato il cuore che, per un attimo, aveva smesso di battere. La rabbia fa marcire il sangue di chiunque e il suo, in particolare, era già intossicato da troppi veleni.
Era stata quella frase infelice di Castelfranco a suscitare il suo sdegno.
- Chi non comprende che è venuto il momento di fare fronte comune è solo un vigliacco e un traditore!
Poi gli aveva lanciato quell’occhiata lunga e si era piegato verso il vicino per sussurrargli qualcosa all’orecchio. La risata che ne era seguita, neppure trattenuta ma fragorosa e beffarda, gli era sembrato uno schiaffo in pieno viso.
- Mi stai forse accusando di viltà, Castelfranco? Io non sono di quelli che si accordano coi ministri di Carlo per fare carriera.
Castelfranco aveva prontamente replicato ma lui ormai non lo sentiva. Era caduto dentro un pozzo buio senza quasi accorgersene. Ne era riemerso, a fatica, dopo qualche minuto, schiaffeggiato da Morelli che cercava di farlo rinvenire. L’aspro odore dei sali, sotto le narici, aveva fatto il resto.
Certo, Castelfranco gli aveva chiesto pubblicamente scusa e l’incidente si era chiuso con uno scambio di ipocrite cortesie.
Qualche giorno più tardi era arrivata la lettera del ministro Montealegre che gli suggeriva di riposare, per un periodo ancora da definirsi, nella residenza di Procida.
“Che buffoni” pensò, riponendo il pennino nella custodia di legno “Credono di avermi imbrogliato, ma io lo so che non verrò più richiamato a corte”.
Lo avevano esiliato per impedirgli di smascherare gli intrallazzi di Castelfranco che mirava a diventare il più potente degli Eletti. Ma l’ultima parola non era ancora stata detta e la faccenda non poteva considerarsi chiusa fino a che il re non fosse stato informato su quanto stava accadendo. Nei Seggi serpeggiava la rivolta e neppure Santo Stefano, benché non si facesse scrupolo di ricorrere a metodi poco ortodossi, riusciva a fronteggiare quelle teste calde.
Prima di spegnere il lume fece, come al solito, il giro della stanza. Controllò che la porta fosse chiusa. Accostò le ante del mobile di noce che custodiva i suoi libri più rari. Anna, la cameriera, aveva l’abitudine di lasciarlo socchiuso affinché l’aria, circolando all’interno, impedisse agli insetti di annidarsi nel legno.
Ripiegò con cura gli abiti che aveva lasciato, alla rinfusa, sulla poltroncina di velluto, ai piedi del letto. Il vento che passava da sotto gli infissi gonfiava un poco il velo del baldacchino. Anche quella notte il sibilo del vento e il muggito del mare lo avrebbero tenuto sveglio! Storse la bocca, in una smorfia di disgusto. Una chiazza di muffa si allargava sulla parete di fronte alla finestra. L’umidità si era condensata negli angoli della stanza creando uno spesso strato di lanugine bianca che, un poco alla volta, si stava mangiando ciò che restava degli affreschi in stile pompeiano.
Sul cassettone di legno intarsiato tremolava ancora la luce di una lampada, l’ultima che avrebbe spento prima di andare a letto.
Sospirò, mentre si lavava le mani nel catino. I tarli stavano facendo un ottimo lavoro! Presto avrebbero ridotto in segatura la cassapanca al lato della finestra, l’unica suppellettile che aveva portato via da Napoli.
Ripensò alle stanze ampie, inondate dal sole, ai mobili preziosi, ai quadri, ai soffici tappeti del suo palazzo napoletano e la rabbia tornò a inacidirgli il sangue.
- Non tutto è perduto – mormorò, scivolando sotto le ruvide lenzuola di tela.
Il sonno lo colse poco dopo, a metà di un pensiero malinconico.
Spalancò gli occhi nel buio. Qualcosa si era mosso nella stanza. Una sagoma indistinta era scivolata dietro le tende chiuse. C’era qualcuno!
Impossibile, ho messo il paletto alla porta.
Poco prima aveva sentito gemere il coperchio della cassapanca e non era un sogno, era completamente sveglio.
- Chi è là? – domandò con voce rauca.
L’ultimo brandello di sogno si era ormai confuso nella ridda di pensieri che si affollavano in testa. Neanche uno spettro avrebbe potuto introdursi nella stanza, eppure l’istinto gli diceva che non era solo. Guardò verso la finestra chiusa, il vento si era acquietato e le tende ricadevano inerti. C’era però un dettaglio fuori posto, un elemento discordante nella logica precisa della sua mente. Ruggiero era metodico e abitudinario, compiva ogni sera gli stessi gesti : ripiegava gli abiti, chiudeva il mobiletto di noce e, prima di spegnere il lume, si assicurava di aver messo il paletto alle imposte.
“La cassapanca” pensò, raggelandosi.
Qualcuno ne aveva sollevato il coperchio e aveva dimenticato di richiuderlo. Del resto, non era stato proprio il gemito delle cerniere metalliche a risvegliarlo? Strinse gli occhi cercando di mettere a fuoco la vista ma l’ombra cupa della stanza non gli restituì che il contorno familiare delle suppellettili.
Si puntellò sui gomiti cercando di tirarsi su ma prima ancora di sedersi in mezzo al letto, l’ombra sbucò dal buio e gli fu addosso.
Una mano premuta sulla bocca gli ricacciò il grido in gola. Per un attimo il suo sguardo incontrò quello dell’assassino poi le ruvide guance dell’uomo premettero sulle sue gote flosce. Il sicario lo stava schiacciando col peso del proprio corpo. Con un guizzo improvviso Ruggiero liberò la gamba destra e cominciò a sferrare colpi nel fianco dell’uomo. Poi riuscì, Dio sa come, a voltare di lato la faccia e a riprendere, per un breve istante, fiato. Prima che potesse approfittare di quel momentaneo vantaggio per chiamare aiuto, l’uomo gli si mise a cavalcioni sul torace.
Infuriato al pensiero che fosse stato Castelfranco a mandargli il sicario, sentì una nuova energia dare forza ai suoi muscoli. Lottò e mentre cercava di divincolarsi, riuscì ad affondare i denti nel braccio dell’uomo che latrò di dolore. Ruggiero rotolò di fianco, una gamba già spenzolava dal letto quando l’assassino lo afferrò ai fianchi, piantandogli le unghie nella carne. Il dolore più che la paura, gli risvegliarono pensieri di vendetta. Sarebbe tornato a Napoli per vendicarsi di quell’infame Castelfanco! La rabbia montò fino ad annebbiargli la mente.
O lui o me.
No, non si sarebbe arreso a un destino decretato da altri, aveva ancora abbastanza forza per rovesciare la situazione a suo vantaggio. Era stato un soldato e affrontato il nemico a viso aperto E ora questo vigliacco voleva costringerlo a una ignobile fine!
- Aaaaaah! – gridò, mentre tentava di colpire il sicario agli occhi.
- Maledetto...
Le mani si strinsero intorno alla gola mentre i pollici premevano forte sul pomo di Adamo. Invano Ruggiero tentò di allentare quella morsa, le sue mani nulla poterono contro gli artigli dell’uomo. Poi un panno scuro gli cadde addosso, privandolo della coscienza ma fu solo una tregua breve. Riprese i sensi nel momento esatto in cui la lama del coltello cominciava a recidere la gola. Lavorava senza fretta, l’assassino, estasiandosi e mugolando di piacere a ogni spasimo, a ogni nuovo schizzo di sangue. Un fiotto rosso sgorgato con violenza dalla carotide, gli imbrattò la faccia dai lineamenti grossolani. Le labbra si schiusero in un sorriso, poi con la lingua, leccò avidamente le dita, assaporando ogni goccia di sangue come un nettare raro.
Il velo grigio della morte aveva già offuscato lo sguardo di Ruggiero, i muscoli contratti negli spasimi dell’agonia ne facevano sussultare il corpo macilento. L’ultima cosa che udì, prima di soffocare, fu una specie di gorgoglio.
- Crepa, bastardo! – sibilò l’uomo, tra i denti.
Attese che il corpo cessasse di contrarsi, poi sacramentando, sfilò dalla tasca della giubba una corda e cominciò ad avvolgerla intorno al polso del cadavere.
Ecco, stava accadendo! C’era qualcosa in quel viso che gli rimescolò il sangue, forse era il disegno delle labbra o la pelle delicata delle palpebre. No, non avrebbe saputo dirlo ma gli sembrò una inspiegabile malìa.
Giuseppe si fermò, indeciso. Appoggiò sulla pelle la punta della lama, premendo un poco, ma senza incidere. Con lo sguardo corse al petto, seguendo la curva piena dei seni.
A prima vista gli era sembrato che la donna fosse sulla trentina, ma poi, osservandola con più attenzione, giudicò quel corpo di dieci anni più giovane.
“I suoi occhi, la sua capigliatura, perfino la bocca sembra la stessa...”
Per un attimo, aveva creduto nell’impossibile. Si era lasciato ingannare da uno scherzo crudele della vista. No! Lia era morta e quel corpo, per quanto rassomigliante, non aveva nulla a che fare con la sua amata.
La lampada a olio ebbe un guizzo improvviso poi tornò ad ardere più quieta.
- Lia... – mormorò, strofinandosi gli occhi arrossati.
Il suono della sua voce gli sembrò innaturale nel silenzio della stanza. Non resistette all’impulso di prenderle la mano. Le dita fredde e inerti gli fecero uno strano effetto, benché non fosse certo la prima volta che toccava degli arti senza vita.
- Lia...
La girò per osservarne il palmo. Con i polpastrelli avvertì le asperità della pelle, gli ispessimenti, le piccole ferite di chi conosce il duro lavoro quotidiano. Era stata una serva o forse, una contadina. No, non era Lia!
C’erano state notti, subito dopo la morte, in cui gli era parso di sentirla ancora, di percepirne la presenza, persino il vago profumo della pelle.
- Dove sei? Non nasconderti, amore mio.
Aveva trattenuto il respiro e teso gli orecchi sperando di sentire di nuovo quella voce gentile che lo chiamava per nome.
- Giuseppe, sei tu?
Sogni di un pazzo, ribelle alla più cruda evidenza. Lia era morta e non sarebbe più venuta a sfiorargli la fronte, né a baciargli le labbra.
- Oh, basta, maledizione!
Conficcò il coltello nel legno del tavolo, a meno di un palmo dalla coscia del cadavere.
Tremava e un brivido di freddo gli correva lungo la schiena, mettendolo a disagio.
Si slacciò, con un gesto rabbioso, il collo della camicia, facendo saltare un bottone. Sentì il desiderio di scappare. Conosceva già quella sensazione perché l’aveva provata la notte in cui Camarani era venuto ad avvisarlo di mettersi in salvo.
- Giuseppe, sanno tutto! Le guardie saranno qui a momenti, scappa se non vuoi che ti arrestino, su svelto!
Non ebbe che il tempo di un respiro per decidere se arrendersi o combattere. L’istinto di sopravvivenza lo spinse a sgusciare lesto, come un ratto, nei vicoli bui, in direzione del porto.
- Mi raccomando, evita la Kalsa, a quest’ora. ci sono brutti ceffi in giro.
- Non preoccuparti, conosco la strada...
Un pensiero improvviso lo raggelò, un timore indistinto gli strinse la gola, soffocandolo. Guardò per l’ultima volta la stanza, il letto disfatto, i libri ammucchiati sul piccolo scrittoio. Fissò l’amico, aveva occhi stanchi e il colorito di un morto. Lo strinse in un abbraccio che durò solo pochi attimi. Quante cose avrebbe voluto dirgli ma le gambe erano irrequiete e la mente completamente vuota.
Una barca aspettava al molo per portarlo sul continente.
- Presto! Su, presto!
L’uomo al timone gli sembrò quasi una creatura ultraterrena.
Per un istante pensò che gli angeli esistono davvero e che uno di essi era venuto in soccorso per strapparlo alle grinfie del carnefice.
La costa, alle spalle, era già lontana quando la luna si fece largo tra la nuvolaglia. Gli occhi del barcaiolo si accesero d’uno scintillio freddo, lo sguardo di un rapace che avvista la preda.
- Il denaro del tuo amico non basta per portarti a destinazione. Se non ci metti la tua parte, il viaggio finisce qui.
Quel bastardo! Lo stava ricattando. Aveva con sé soltanto il dolore e una rabbia sorda che gli aggrovigliava le viscere.
Il primo impulso fu di saltargli al collo e di cavargli gli occhi, di strappargli dal petto quel cuore di pietra.
- Puoi gettarti dalla barca, se non ti sta bene. Per quanto mi riguarda, io mi fermo qui.
Fu il buon senso che lo spinse a privarsi dell’unico oggetto che aveva conservato di Lia.
- Ti basta, vigliacco? – gridò togliendosi dal collo un piccolo crocefisso cesellato in oro.
Il barcaiolo lo arraffò in un lampo.
- È un piacere trattare con voi gentiluomini, un accordo si trova sempre.
Del resto della traversata non ricordava nulla. Davvero erano trascorsi cinque anni da allora?
Risalì la scala fino al piano e si chiuse alle spalle la porta dell’interrato. Al tepore della fiamma, ancora viva nel camino, si riscaldò le mani. Che cosa avrebbe dato per estinguere, tra quelle lingue irrequiete, i pensieri che l’assillavano! Avrebbe voluto consegnare all’oblio, i ricordi felici dell’infanzia, gli anni turbolenti della giovinezza, le speranze, le attese, il dolore e la gioia, tutto. E invece ancora si perdeva nella memoria dolce di un tempo in cui stentava a riconoscersi.
Il tepore accogliente della sua casa palermitana! Una costruzione modesta ma solida e dignitosa, ben collocata sopra i vicoli angusti del centro antico. Gli bastava aprire le finestre per avere il sole in ogni stanza, per respirare la brezza del mare e sentire, a occhi chiusi, l’odore pungente delle sartie abbandonate al sole. Per anni aveva sognato di salire a bordo di un veliero e attraversare la sconfinata distesa degli oceani, alla scoperta di posti lontani e misteriosi. Un destino avverso lo aveva, purtroppo, recluso in quel tugurio, trasformandolo in un reietto, un topo di fogna solo e affamato. Ah Palermo, la sua città! L’avrebbe rivista sotto il suo cielo turchino, dall’alto delle cupole splendenti dei minareti, nei vicoli straripanti della Kalsa, tra i banchi chiassosi e colorati, dove l’odore aspro del pesce si mischiava a quello dolciastro della schiacciata di grano?
Nel ricordo di quegli odori si confondevano i momenti più delicati della sua passata esistenza: il profumo delle fragole colte nel giardino paterno, la cannella e il miele delle ciambelle che preparava la cuoca, il profumo del glicine nel giorno in cui Lia accettò la sua promessa d’amore; il tanfo di muffa e polvere stantia la notte in cui fu costretto, precipitosamente, a lasciare Palermo. Tutto era perduto e il cuore tremava, vinto dalla consapevolezza dell’irreparabile.
Neppure la fiamma crepitante, perennemente accesa nel grande camino della casa paterna, avrebbe potuto vincere il freddo che quella notte gli attanagliava l’anima.
Si sfregò le mani, poi fissò, inebetito, le lunghe dita. Le stesse che erano penetrate, senza esitazione, nelle viscere molli dei cadaveri per strappar loro il mesentere, quella sorprendente membrana pieghettata, tanto simile a un grembiule trasparente. Mani ferme e sicure che avevano forgiato gli uncini e le pinze necessarie alla dissezione anatomica. Mani, le sue, che però avevano tremato quando si era trattato di sfiorare il volto cereo di Lia, di accarezzarne i morbidi capelli, sparsi sul cuscino.
Si allontanò dal camino, convinto che la danza delle faville fosse responsabile di quella invincibile malinconia. Doveva distrarsi.
Si ricordò di avere ancora del sidro. Stordirsi, talvolta, è un buon rimedio.
Ma dove aveva lasciato il fiasco?
Il sorriso gli morì sulle labbra. No, non sarebbe sceso di nuovo là sotto. Si sentì gelare il sangue al solo pensiero. Quel cadavere aveva qualcosa che... Meglio non pensarci Volle aprire la finestra, togliere un po’ di fumo alla stanza, ma non aveva fatto i conti con la sbarra che bloccava gli scuri. Faticò un po’ prima di riuscire ad aprire le imposte, tuttavia neppure la ventata fredda che lo investì gli fu di sollievo. Anzi, nel respiro affannoso sentì come se una mano invisibile gli fosse entrata nel petto per spaccargli il cuore.
“Non sei più un bambino! Calmati!”
Gli parve di risentire la voce grave di suo padre. Era stato un uomo severo, arroccato nei pregiudizi, uno che lo condannava già con lo sguardo per colpe mai commesse.
Certo, che infanzia triste sarebbe stata la sua, senza Pietro. Amico, complice, consigliere, Pietro era stato questo e più ancora e adesso era perduto, inghiottito dal passato e da una lontananza che lo rendeva simile a un miraggio. Mai più avrebbe trascorso con lui le sere, accanto al fuoco, con i fagioli che cuocevano nella pignatta e con un dito di vino nel boccale, parlando di Dio, di donne e del futuro.
“A che serve questa nostalgia? Basta! Adesso basta!”
Si diresse verso la porta, la spalancò e si ritrovò subito nel cortile.
L’aria pungente della notte gli sferzò il viso. Si strinse nelle spalle, tremando, con il pensiero improvviso che da qualche parte, nello spazio o nel tempo, avrebbe potuto ritrovare Lia, scampata da quel Nulla eterno che genera e inghiotte ogni illusione. Con lo sguardo perso nelle tenebre, gli sembrò che miriadi d’invisibili insetti sciamassero lungo i polpacci, prima che qualcosa gli sfiorasse la faccia facendolo trasalire. Forse una foglia trasportata dal vento invernale o forse solo un’altra allucinazione.
“Illusioni, sogni! È questa la trappola? Se ciò che è reale in effetti non esiste, allora anche la Morte è solo una finzione, un velo che nasconde quello che ci è stato più caro, io però riuscirò a sbugiardarla e così potrò rivedere la mia donna”.
Aggrappato a quella tenue speranza, rientrò in casa. Il tepore del piccolo salotto lo accolse di nuovo e in quella penombra, così solitaria e familiare, desiderò di nuovo il fuoco che lo liberasse dai timori di quelle notti da troppo tempo insonni.
Un’ombra sgusciò rapida da destra, quasi al limite del suo campo visivo. Si voltò di scatto ma non vide che le solite cose: i libri accatastati sugli scaffali, lo scrittoio con le boccette d’inchiostro, una sedia con lo schienale alto e un tavolo traballante su cui consumava i pasti.
Continuò a guardarsi intorno, con i muscoli tesi e il fiato trattenuto in gola, fino a quando non gli fu chiaro, che l’istinto e non gli occhi gli avrebbero svelato la natura di quella improvvisa agitazione. C’era qualcuno. Ne percepiva la presenza, al di là del silenzio e del buio.
- Chi è là?
Le tracce di fango gli diedero la certezza che non stava sognando e che nell’angolo dove non arrivava il bagliore del caminetto qualcun altro vi si nascondesse.
Ripeté la domanda e il cigolio dell’imposta che aveva lasciato aperta gli offrì la spiegazione. Era chiaro: da quella finestra, l’unica che s’affacciasse direttamente sul vicolo e che aveva dimenticato di richiudere col paletto, era entrato un furfante.
Il ladro non avrebbe trovato denaro né argenterie preziose. L’unico tesoro che possedeva erano i trattati di medicina ma quelli li avrebbe difesi a ogni costo. C’erano voluti anni per acquistarli, la rendita che gli assicurava Pietro gli permetteva un’esistenza decorosa ma senza alcun lusso. Viveva infatti un’abitazione modesta, nel cuore antico di Napoli, e da tempo faceva a meno degli agi a cui era abituato.
- Vieni fuori disgraziato! Non ti consegnerò alle guardie... promesso. Ti lascerò andare via.
La risposta fu un gemito soffocato.
- Vieni fuori, fiténti.
Giocò d’astuzia, ricordandosi che la regola vincente è di non lasciar sentire all’avversario l’odore acre della paura. Per questo si mosse lentamente, un passo dopo l’altro, attento a non fare rumore, in direzione del ladro, che si era nascosto dietro il grosso baule di legno al lato dello scrittoio. Si morse le labbra pensando, con disappunto, al coltello che aveva lasciato nel piano interrato.
- Guarda che se non vieni fuori, sarà peggio per te.
Era calmo, adesso e perfettamente lucido. L’ansia di poco prima non aveva lasciato che un velo di sudore sulla schiena e la bocca asciutta.
Era pronto. Prima o poi il furfante sarebbe uscito allo scoperto. Una mossa che avrebbe pagato cara, ma il gioco tra preda e cacciatore è sempre stato questo: saper aspettare il passo falso dell’altro.
- Coraggio, vieni fuori. Non ti farò niente, promesso!
L’ombra si stirò, allungandosi come un gatto appena sveglio.
- Padrone, io... vi chiedo perdono. Non volevo... – balbettò una voce ancora senza volto.
“Un bambino! È solo un bambino sudicio!”
Lo sorprese più l’aspetto che l’età: il fango gli si era incrostato sui capelli ricci e lo sporco gli formava come un elmo irregolare che gli nascondeva il viso. Sulle guance aveva dei graffi profondi e una cicatrice ai lati della bocca. Il ragazzo lo fissò con occhi enormi e due pupille così chiare da far dimenticare ogni proposito di punizione.
- Me... me ne vado subito, padrò, ma... ma non chiamate le guardie.
Cercò di sgusciargli di fianco ma Giuseppe fu lesto ad agguantarlo per un braccio.
- Lasciatemi andare – piagnucolò ma con lo sguardo fisso al rettangolo buio della finestra.
- Non andrai da nessuna parte, se non mi dici cosa sei venuto a fare in casa mia.
Nonostante gli serrasse il braccio esile con tutta la sua forza, il ragazzo non gridò e nessuna lacrima gli solcò il fango del viso.
- No, non sono un ladro... credetemi.
Scoppiò in una risata convulsa, quel disgraziato aveva davvero una bella faccia tosta a negare l’evidenza.
- Picciriddu, sei entrato di nascosto... Mica posso pensare che sei finito qui da me per caso, vero?
- Non ho preso niente, eccellè, vò ggiuro!
Cercò nuovamente di divincolarsi ma stavolta Giuseppe non si limitò ad aumentare la presa, gli piegò il braccio dietro la schiena strappandogli un grido di dolore.
- Pietà, padrò. Ahi, mi fate male!
Copiose lacrime gli scivolarono lungo le guance sporche, senza che il siciliano si lasciasse intenerire, lo costrinse invece a fare un mezzo giro col busto così da poterlo guardare in faccia. Soltanto allora notò il taglio degli occhi, le ciglia lunghe, quasi da donna e il disegno delicato della bocca. Gli tornò in mente il viso di Pietro quando era ancora un bambino e il cuore, commosso, gli si strinse.
- Come ti chiami?
- Niccolò... padrone.
- Cosa volevi rubare, eh?
Il monello abbassò la testa, come se non potesse sopportare quello sguardo indagatore.
- Se prometti di non scappare ti lascio andare.
Avrebbe dovuto essere furioso con quel ladruncolo, spezzargli le ossa da uccello e poi chiamare le guardie perché lo portassero via. E invece allentò la presa.
- Quanti anni hai?
- Undici, padrò.
Appena libero, Niccolò si accoccolò sul pavimento e cominciò a massaggiarsi il braccio.
Giuseppe rimase, impalato, a guardare quel monello che tremava e dondolava il busto in avanti, senza mai togliere le mani dal viso. Un movimento monotono, quasi ossessivo.
Quell’essere dall’aspetto macilento gli faceva uno strano effetto. La fragilità e la magrezza del corpo, i graffi e i lividi della pelle, le brache stracciate in più punti dimostravano chiaramente che era uno dei tanti figli del popolino che sopravviveva, alla meno peggio, nei tuguri di una città dove ricchezza e povertà convivevano con naturalezza. Erano finiti i tempi della rabbia e delle rivolte sanguinose, Sua Maestà Carlo aveva riportato a Napoli ordine e pace e pareva che ognuno si fosse rassegnato al posto che gli era stato assegnato dal destino. L’unico che non se ne faceva una ragione era proprio o’ Rre che non aveva voluto darsi neanche un numero, dopo il nome. Era o’ Rre e basta. E aveva promesso che avrebbe cambiato tutto, per prima cosa la faccia della città, aprendo nuovi cantieri e dando lavoro a centinaia di lazzari.
Ripensandoci, sorrise.
C’era anche lui, quell’estate, nella cattedrale di Palermo, nel giorno solenne dell’incoronazione. Ricordava ancora il caldo soffocante di luglio. Il profumo del mare aveva invaso ogni strada, non c’era angolo, piazza o vicolo dove non si sentisse l’odore della salsedine. Palermo era stata addobbata a festa, frotte di popolane avevano sparso petali di fiori sul percorso dove sarebbe passata la carrozza reale. E i picciriddi si erano assiepati, come mosche, sui muretti a secco, le scalinate e in ogni angolo dove si poteva vedere qualcosa di quello spettacolo raro. Il Re era tornato a casa.
Gli Austriaci avevano battuto in ritirata e, dopo ventisette anni di malgoverno, Napoli era tornata a essere la capitale del regno. E anche Palermo ricominciava a sperare nel futuro.
- Ne avrà di cose da fare questo re se vuole conservare il trono... – aveva detto suo padre – Mi sa che o’ picciriddo tiene una bella testa... Speriamo solo che capisca subito con chi gli conviene stare.
Naturalmente suo padre si augurava che il re, tra i primi atti del regno, spazzasse via i privilegi dei nobili e dei preti.
- Andrai alla cerimonia dell’incoronazione. Sarai tu a rappresentare la nostra famiglia.
Giuseppe non poté controbattere perché quando mai era accaduto che si potessero discutere gli ordini del vecchio? Andò alla cattedrale, vestito in pompa magna, con le calze color carne, la fusciacca di seta e la parrucca incipriata che gli procurava un prurito insopportabile.
L’arcivescovo arrivò a mezzogiorno in punto, sul sagrato della chiesa si era assiepato il popolino chiassoso, maleodorante. E lui stava là, stretto fra quei disgraziati, sotto un sole micidiale, solo per vedere il re, un altro Borbone, un altro spagnolo che forse non si sarebbe comportato diversamente dai suoi predecessori. Non ebbe il coraggio di dirlo a suo padre ma era certo che l’Infante di Spagna non avrebbe cambiato l’economia degli eventi. I disgraziati avrebbero continuato a crepare per strada e i ricchi non avrebbero perso nessuno dei loro privilegi.
I pensieri tornarono di colpo al presente. Il ragazzo si era alzato ma si teneva a distanza di sicurezza.
- Padrò, fatemi andare via, pe’ piacere...
- Non sono il tuo padrone. Smettila di chiamarmi così!
Era irritato e non riusciva a comprenderne il motivo. Non aveva mai fatto attenzione alle differenze di classe, forse perché la sua famiglia non era che un gradino di mezzo.
I Salerno erano diventati ricchi con il commercio delle spezie ma qualche mala lingua aveva parlato di un certo Tommaso Maria che, in passato, aveva riempito i forzieri grazie alla tratta degli schiavi. Accuse che non avevano fondamento se non nella malignità della gente che non tollera chi è riuscito a sottrarsi al giogo della miseria.
- Devo ancora decidere cosa fare di te, non darmi fretta, devo pinsàri.
Niccolò, svelto, si gettò ai suoi piedi e gli abbracciò forte le caviglie.
- Lasciami, disgraziato, che fai?
- Pietà! Vi prego, non mandatemi via! – singhiozzò – Non... non si scappa due volte dall’inferno. Se mi rimandate da lui sono fottuto.
Giuseppe si chinò e lo prese sotto le ascelle, sollevandolo senza sforzo.
- Di chi parli? Non ti capisco e poi, sei solo un ladro, non mi puoi imbrogliare.
- Io non vi sto imbrogliando, vò ggiuro. Sono stato a servizio dal demonio, non potete rimandarmi da lui.
Il lezzo di quel corpo, incrostato di fango e di sporcizia, era disgustoso, prendeva allo stomaco.
- Quanto puzzi!
Gli occhi di Niccolò, d’un grigio così chiaro da sembrare incolori, lo fissarono con una tale intensità che fu lui a distogliere lo sguardo.
- Non ti muovere o te ne farò pentire.
Andò a chiudere la finestra e poi il chiavistello della porta e solo dopo essersi assicurato che non fosse rimasta alcuna via di fuga, si decise ad attizzare il fuoco. Sistemò la poltrona in modo da poter guardare il ragazzo in faccia.
- Portami lo sgabelletto, voglio appoggiare i piedi.
Niccolò fu svelto ad obbedire.
- Fatti più in là, puzzi che mi dai il voltastomaco.
- Non è colpa mia, sono caduto in un canale di scolo. Se volete, vi dico cosa mi è successo e pecchè sono finito qua.
- Certo, sono proprio curioso di sentire cosa ti sei inventato, sei furbo, figghiu, ma a me non mi ci pigli per il culo.
La morte, per quella notte, avrebbe dovuto aspettare.
Una distesa di tegole rosse e poco più avanti, il mare. Non poteva vederlo ma ne sentiva il profumo e, a volte, se tendeva l’orecchio, poteva ascoltare il mormorio della risacca e lo stridio dei gabbiani.
La finestra si apriva su un paesaggio di tetti e di fronte non c’era che la parete di tufo di un altro palazzo. Una barriera giallastra che si era ingoiata perfino quel lembo di cielo disteso sul vicolo eternamente in ombra. Mai un raggio di sole o un luccichio di luna a rianimare quella stradina stretta, popolata di bassi senza finestre.
Rosella si allontanò dal davanzale e andò a sedersi sulla sponda del letto. Non era pentita, anzi. Se avesse potuto tornare indietro avrebbe rifatto la medesima cosa. Si stiracchiò, poi lo sguardo corse al soffitto, a quegli affreschi stinti da dove angeli paffuti, incorniciati da ghirlande di rose e frutta, le facevano compagnia con gli occhi maliziosi, le fossette agli angoli della bocca e i capelli ricci e biondi, proprio come i suoi boccoli da bambina. Ben diversi ora, con quel colore incerto, una specie di castano smorto in perenne contrasto con l’azzurro intenso delle pupille.
Quei capelli, che disastro! Ribelli, sempre scomposti, non c’era nastro, forcina o pettinessa capaci di trattenerli. Lo specchio poi, ogni giorno si prendeva gioco del suo viso. Non appena l’acconciatura le sembrava accettabile, ecco che una leggera inclinazione dello sguardo le ricordava altri difetti ancora. I seni, ad esempio. Divaricati, piccoli, ancora da adolescente, con quelle aureole in rilievo da cui svettavano due capezzoli acerbi e scuri che Raimondo succhiava come un bambino affamato e curioso.
Rosella dimenticava i capelli in disordine e le altre imperfezioni solo quando lentamente gli si spogliava davanti, elencando ad alta voce, perché lui voleva così, gli indumenti che man mano si toglieva. Prima la gonna, poi la sottana, il corsetto e tutti quei fronzoli che lo rendevano ancora più impaziente. Mai una volta che lui l’aiutasse a liberarsi dei lacci, anche se poi, un attimo prima che il busto scivolasse via, sentiva la carezza dei suoi occhi prima ancora della stretta delle mani, perse tra i seni in miniatura e il ventre da bambina. Liscio, piatto, levigato, senza traccia di quella tenera rotondità in cui affondare le dita. Un altro uomo nemmeno l’avrebbe sfiorata, ma Raimondo era diverso, sapeva apprezzarla e farla sentire desiderata.
- Adoro la tua pelle, è liscia, morbida, fresca e amo questo fiore, sì... questo qui, piccolo e rosso, è un germoglio profumato che mi fa impazzire.
Per questo forse le diede quel nome: Rosella, con quella consonante in meno che l’avvolgeva di freschezza e gli acuiva i sensi.
Rosella. Le suonava male, ma non aveva avuto il coraggio di dirglielo. In fondo voleva renderlo felice. Non è forse questo l’amore? Un nome è un soffio, nulla, solo una parola consumata dall’uso. Così le aveva spiegato. Quante cose sapeva più di lei!
Certe volte Rosella gli parlava con parole senza suono, come se lui potesse sentirla “nella mente” E magari era vero, visto che era già capitato che il suo silenzioso richiamo fosse prontamente accolto. Le bastava meno di un’ora per sentirlo battere all’uscio, col cappello sotto il braccio e un sorriso a fior di labbra.
- Sono qui... ho sentito la tua solitudine...
Si comprendevano per una misteriosa alchimia delle anime che perfino lui trovava stupefacente.
- Non so perché ma sei l’unico essere al mondo con cui riesco ad essere ciò che sono – le diceva stringendola fin quasi a toglierle il respiro
Non sempre le riusciva di capire quello che diceva, a volte le parlava come se si stesse rivolgendo a un sapiente e non a una semplice popolana.
- Ascoltami! – sussurrava mentre, disteso al suo fianco, sul letto, guardava gli affreschi del soffitto e le calcinature dei decori di gesso – Voglio soltanto che mi ascolti... Mi basta questo per essere felice.
Mentiva. Bastava guardarlo negli occhi per capire quanta infelicità ci fosse invece nella sua vita, una vita che non avrebbe mai condiviso con lei, se non per quelle poche ore.
Di solito arrivava il martedì mattina ma, qualche volta, anche di sera, con la faccia stravolta e la disperazione negli occhi.
- Che hai? – gli chiedeva accarezzandogli la fronte, le guance lisce, ma lui non rispondeva, cambiava discorso.
Raimondo non era di bell’aspetto, aveva la testa grossa e il corpo gracile, da ragazzo, segno di una infanzia difficile, sofferta. Una volta le aveva raccontato di essere stato “prigioniero a Roma” e quando Rosella aveva cominciato a fargli troppe domande le aveva chiuso la bocca con la mano.
- Non fare come lei, ti prego.
“Lei” era sua moglie, la donna che aveva sposato “senza amore” come lui le aveva confessato, trattandosi di un matrimonio combinato dalle famiglie, interessate prima di tutto ai rispettivi patrimoni. La Fiamminga, come tutti la chiamavano, era una cugina di Raimondo, donna bellissima, dicevano, anche se Rosella non l’aveva mai vista perché usciva di rado e solo al mattino presto per gironzolare nel mercato vicino casa e per incantarsi a guardare i colori della frutta nelle ceste. Il suo regno era tra le quattro mura che la generosità di Raimondo le aveva donato al riparo da sguardi indiscreti, in quell’appartamento all’ultimo piano di un palazzo ormai deserto, dove l’unica presenza era la sua per via della morte o del trasloco degli altri abitanti.
All’inizio Rosella aveva accettato di buon grado quella specie di volontaria prigionia. Le finestre non avevano grate, la porta si chiudeva con un semplice chiavistello e, volendo, sarebbe potuta uscire senza esser notata, eppure, soprattutto nei primi mesi, le era sembrato più che giusto restare ad aspettarlo. Lui avrebbe potuto desiderarla in qualunque momento. Cosa avrebbe pensato se non l’avesse trovata? E poi, in fondo, che necessità aveva di uscire? Un garzone veniva a portarle il pane e la frutta e una sguattera le lavava gli abiti e teneva la casa in ordine.
Si sentiva una “signora”, perché non c’era mai stato nella sua vita qualcuno che si prendesse cura di lei, meno che mai a quel modo. Poi, senza nessun preavviso, qualcosa era cambiato.
Quand’era stata la prima volta che aveva avuto la sensazione di essere in trappola? Forse lo aveva avvertito dopo quella notte in cui si era svegliata col petto in subbuglio e il cuore in gola. Le era sembrato che le dimensioni della stanza si riducessero, così aveva gettato per aria le coperte e, con gli occhi sbarrati, si era messa a sedere cercando di calmare l’affanno.
- Raimondo, dove sei? Ho paura!
Si alzò per prendere un bicchiere d’acqua. Lo bevve tutto d’un fiato e quando il respiro tornò regolare, si rimise a letto.
Seguiva con gli occhi chiusi Raimondo, lo vedeva da lontano, nelle accoglienti stanze del suo palazzo, da quell’altra, Carlotta, la fiamminga dal cuore freddo, la donna senza sorriso che stava per dargli un figlio!
Il ricordo di quella notizia ancora le bruciava. Era arrivato una mattina e senza che lei lo “chiamasse”. Aveva capito all’istante che gli era accaduto qualcosa di straordinario. Gli brillavano gli occhi e le guance, solitamente pallide, erano due mele mature. Gettò il cappello sul letto e lasciò che il mantello di morbida lana gli cadesse ai piedi, per terra.
- Dai, vieni qui! – le disse, spalancando le braccia.
Rosella si sforzò di sorridere.
- Tua moglie ha deciso di partire, di tornare nelle Fiandre?
Scherzava, di sicuro non poteva dirgli che avrebbe preferito non sentire più pronunciare quel nome. Lui non avrebbe capito. Diceva che le donne hanno teste da uccello e artigli affilati quando si tratta di rivaleggiare in amore.
Non c’era stato motivo, in precedenza, perché Rosella se la prendesse o si sentisse offesa. La rabbia era qualcosa che aveva riservato agli altri, come reazione per una sofferenza subita. Raimondo, invece, era il principe che le colorava i sogni con tinte meravigliose, quello che sapeva come incantarle l’anima con un sorriso. E adesso era felice, non per lei ma a causa di quell’altra!
Era stata brava a fingersi indifferente e lui era così eccitato da quella novità da non vedere più niente! Eppure gli sarebbe bastato guardarla negli occhi per capire quanto fosse sconvolta. Tremando gli chiese di abbracciarla forte. Gli affondò la faccia nel petto, annusando il profumo ricavato da una delle sue pozioni misteriose. Sapeva di muschi, fiori selvatici e giunchiglie, ma c’era dell’altro, come una nota amara che pizzicava il naso e faceva venire le lacrime agli occhi.
Raimondo era tanto preso da quella gioia inattesa da non far caso al suo sgusciare lesto, col pretesto che aveva bisogno di indossare una veste da camera per riprendere calore.
- Scusami, ho mal di testa... – si giustificò – E la colpa è del tuo profumo. Cosa hai messo stavolta nella mistura?
- È un segreto, mia cara.
Gli piaceva fare l’alchimista, mischiare elementi, inventare sostanze nuove. Rosella notò che era ancora fermo al centro della stanza e gli fece cenno di avvicinarsi. Quel sorriso stampato la faceva soffrire, ma non poteva dirglielo. Sapeva che nessun uomo arriva a comprendere certe sfumature.
- E allora, cosa è successo? Voglio saperlo!
Lo disse con una nota di impazienza nella voce, ma lui non fece caso neanche a questo. Sentiva che era lì solo con il corpo, perché con la mente viaggiava in spazi a lei preclusi.
- Carlotta è incinta.
- Come?
- Sì, è incinta.
- Sarai padre, allora!
Mescolate alla rabbia e alla sorpresa le lacrime erano diventate un groviglio in fondo alla gola. Le sembrò di morire, niente aveva più importanza. Un figlio! Questo cambiava tutto e rimetteva Carlotta al centro della scena. Serrò i pugni fino a conficcarsi le unghie nei palmi, senza far scivolare via il sorriso dalle labbra.
- Sono contenta per te, amore mio...
Si sottrasse all’ abbraccio mentre si alzava con il pretesto di aprire la finestra. Gli voltò le spalle, ingoiando in fretta le lacrime.
- E quando nascerà la creatura?
- C’è tempo. Carlotta è solo all’inizio. La gravidanza la farà soffrire, sai? È così delicata! Ha la nausea ogni mattina.
Un pensiero improvviso, dapprima crudele poi sempre meno assurdo l’aveva rallegrata:
“E se perdesse il bambino?”
In fondo era una possibilità concreta. A quante donne era già capitato di non portare avanti la gravidanza? Certo, poteva succedere pure a lei, la Fiamminga dal cuore di pietra.
Si voltò di scatto, con le braccia tese in avanti e un sorriso che le illuminava il volto:
- È una bellissima notizia. Sono tanto felice per te, amore mio.
Gli si avvicinò e mettendo su quell’espressione da bambina imbronciata che a lui piaceva tanto, aggiunse:
- Questo vuol dire che non mi vorrai più bene, che non ci sarà più posto per me, quando nascerà tuo figlio!
- Che sciocchezza! Sono due cose del tutto differenti...
- Lo spero davvero. Che ne sarebbe di me, se tu mi lasciassi?
- Smettila di dire stupidaggini e vieni qui, adesso, subito!
Lei annuì e, con lo sguardo basso, cominciò a spogliarsi senza fretta. Se non poteva avere in pugno il futuro, poteva almeno essere padrona del tempo. Sentiva il respiro affannoso, si stava eccitando ma era ancora presto per farlo godere! Con studiata lentezza lasciò cadere a terra la sottogonna, poi fu la volta delle mutande col bordo di pizzo.
- Oh, cara, non riesco a guardarti senza impazzire.
- E tu voltati dall’altra parte!
Di scatto l’abbrancò alla vita, tempestandola di baci sulle mani, sulle braccia, sul ventre. Balbettava parole senza senso e non c’era neppure bisogno di guardarlo in faccia per sapere cosa stava fissando, gli occhi di lui seguivano attenti e, allo stesso tempo, straniti, il lento gioco delle dita che scioglievano i lacci del corsetto, uno per volta. Le dita indugiarono, sapientemente, sull’ultimo nodo poi, quando ormai Raimondo era quasi stremato dall’attesa, lasciò cadere il corsetto ai suoi piedi.
Gli occhi febbricitanti di lui la eccitarono, molto più delle mani che le palpavano i seni.
Lo assecondò, mugolando per un piacere che non provava affatto. Rovesciò la testa all’indietro, ridendo, mentre lui le baciava frenetico il collo.
Le sue mani premute sulle spalle la costrinsero ad abbassarsi.
- Inginocchiati! Voglio prenderti da dietro.
Con una mano le afferrò un seno stringendo fino a farle male. Spinse con tutta la forza di cui era capace, incurante dei suoi gemiti di dolore.
- Grida...
Non le piaceva così, non le era mai piaciuto! Calde lacrime rabbiose le rigarono il volto, mentre lui ripeteva ancora, prima di perdersi nell’estasi dei sensi:
- Grida, voglio sentirti fremere, dai, grida, dimmi che sei la mia troia.
Goffredo Morelli dei duchi di Vibo Valentia non aveva alcuna certezza nella vita se non quella che, qualunque cosa tu faccia, non puoi scampare al destino.
Il destino per lui aveva un nome di donna, si chiamava Felicita ma, a dispetto del nome che gli aveva lasciato presagire un futuro sereno, donna Felicita era una autentica arpia. Governava la casa con polso di ferro, lo sguardo perennemente arcigno, i pochi capelli grigi raccolti sotto una cuffietta di pizzo e, al collo, una collana di perle nere intonata alle gramaglie di cui non si era più liberata dalla morte del padre. Vi era stata, fin dai tempi del loro matrimonio, una serie di disgrazie che avevano funestato la famiglia di Felicita. Era morto dapprima il padre, soffocato da un sorso di vino andato di traverso. Pochi mesi dopo era toccato a donna Rosalba, una donnina gracile e malaticcia che aveva messo al modo quindici figli per vederne poi arrivare appena tre alla giovinezza. Felicita era l’unica femmina della nidiata e anche la sola che si occupasse della madre debole di nervi. Dopo la disgrazia che si era portata via il genitore, Felicita aveva rinchiuso la madre in una stanza isolata della casa, in modo da non essere disturbata dalle sue grida. Erano i primi tempi del loro matrimonio e Goffredo tutto tollerava pur di far contenta la moglie. Aveva fatto finta di non sentire gli aspri rimproveri che Felicita rivolgeva alla madre, né si era mai preoccupato di far visita alla suocera che una mattina fu trovata morta, impiccata allo stipite di una porta con la cintura della veste da camera.
Felicita si riprese abbastanza in fretta ma il fato maligno era già pronto a scagliare un altro strale. Difatti era appena tornata da una visita ai fratelli. Erminio e Beato, quando arrivò la notizia che un fulmine si era abbattuto sul capanno di caccia nel quale i due si erano rifugiati durante un temporale. In meno di un respiro, il capanno aveva preso fuoco e per Erminio e Beato non c’era stato nulla da fare.
In seguito a questa sciagurata catena di eventi che Felicita era cambiata. Si era inasprita e, scomparso il sorriso dalle labbra, poco alla volta era diventata un’arpia. Goffredo si era rifugiato nella biblioteca dove trascorreva gran parte delle sue giornate, poi inaspettatamente era arrivato l’invito del conte di Santo Stefano a candidarsi per il Seggio del Nilo. Mai si sarebbe aspettato di diventare Eletto e di doversi occupare di quel quartiere afflitto da troppe contraddizioni. Alla miseria cronica dei lazzari si opponevano gli interessi del clero e della piccola nobiltà che rivendicava privilegi e diritti. Goffredo aveva deciso di trasferirsi nel cuore antico di Napoli così da poter tenere costantemente d’occhio la situazione.
A differenza degli altri Eletti, era convinto che, quanto prima, la furia omicida dei miserabili si sarebbe nuovamente scatenata. Forse un altro Masaniello stava già aizzando gli animi!
Se li sentiva addosso quegli sguardi famelici, avvertiva la rabbia che covava nei bassi, il malcontento degli artigiani tartassati da troppi balzelli e l’astio dei commerciati a cui era stata imposta una nuova tassa per finanziare la costruzione di opere di “pubblica utilità”.
Bastava però camminare per via dell’Anticaglia, passando sotto quei due stretti archi di mattoni che avevano visto i tempi dei greci antichi e della giovane Palepoli, per fiutare gli umori e il malcontento che serpeggiava nel popolino così come quella strada stretta si insinuava tra i palazzi fatiscenti. Era sufficiente sollevare lo sguardo alle mura delle case, raccordate da quei due archi bui per domandarsi quale santo ne impedisse un crollo rovinoso. Eppure si sperperava allegramente per la costruzione di un teatro lirico!
Gli occhi scuri dei monelli che razzolavano nei vicoli, inseguendo una palla di stracci, non mancava di procuragli una fitta al petto. Per quanto tempo tutto sarebbe rimasto quieto? Ed era proprio la sensazione che il tempo, nei vicoli, si fosse fermato, a mettergli l’ansia addosso. Guardava le donne che, ancheggiando, portavano gli otri al pozzo di marmo dove, dicevano si fosse affacciato il poeta Virgilio. Guardava il sorriso trattenuto delle fanciulle che facevano provvista d’acqua e ritornavano ai bassi umidi con un guizzo di luce negli occhi. Occhi che continuavano a fissarlo nei sogni quando, stanco, appoggiava il capo allo schienale della sedia e si addormentava. E furono ancora gli occhi, quella sera, a trapassare lo spesso strato dell’incoscienza e a ridestarlo. O magari fu la voce stridula di Felicita che lo scuoteva per un braccio e continuava a ripetere:
- Svegliati! Svegliati! Ho sentito un rumore.
Sobbalzò, come sempre gli accadeva quando veniva strappato all’improvviso dal sonno.
- Che? Che? – farfugliò, ancora stordito.
Felicita aveva già indossato la camicia da notte e raccolto i capelli sotto una brutta cuffia di tela. Stringeva in mano la lampada e con l’altra insisteva a dargli dei colpi sulla spalla.
- Vai a vedere, ho sentito un rumore, ti dico.
Il primo pensiero fu quello di risponderle perché diavolo non era andata a chiamare i servi. Non toccava a lui fare l’ispezione della casa. Poi si ricordò che, di tutti i servitori, era rimasta solo la cuoca, una vecchia grassa e dura d’orecchi e uno sguattero che però, a sera, tornava a dormire coi fratelli nel basso di Donnaregina.
Era stata Felicita, qualche giorno prima, a cacciare la cameriera, sorpresa a rubare una collana della padrona e subito dopo il lacchè che aveva osato difendere quella sfacciata.
A malincuore, Goffredo fu costretto ad alzarsi e a fare il giro della casa. Felicita, con il lume tra le mani, lo tallonava rifiatandogli sul collo.
- C’è qualcuno, ti dico che c’è qualcuno in casa...
Goffredo precedeva fendendo l’aria con il bastone da passeggio. La spada e l’archibugio erano al piano di sotto, nello studio, e Felicita, benché gli rimproverasse di non essere adeguatamente armato per fronteggiare l’intruso, gli aveva tuttavia proibito di allontanarsi.
- Non vorrai lasciarmi qui, sola e indifesa?
- Ma no, cara, sta’ tranquilla.
Cercò in tutti i modi di rassicurare la moglie ma lei non ebbe pace finché non perlustrarono la casa da cima a fondo.
- Che ti dicevo? Non c’è nessuno! – esclamò, esausto.
Tutto quell’andirivieni per le stanze, lo aveva stremato e non vedeva l’ora di andare a dormire. La campana di San Lorenzo aveva già battuto il terzo rintocco. Sbadigliò, poi guardò la moglie di sottecchi:
- Sono stanco, per oggi ho fatto abbastanza. Il resto lo lascio nelle mani del Signore Iddio.
Sul letto c’erano troppe coperte e perfino uno scaldapiedi.
- Fa freddo! – disse Felicita, in tono aspro – E non intendo battere i denti per tutta la notte!