Excerpt for Caterina Cerca La Banda by Luigi Sgambati, available in its entirety at Smashwords


CATERINA CERCA LA BANDA


di Luigi Sgambati


Copiright 2012 Luigi Sgambati


Smashwords Edition


INDICE


PREFAZIONE

IL RACCONTO DELLA NONNA

ALLA RICERCA DELLA BANDA

IL CONCERTO NELLA FORESTA

IL PASTORE

LA MENDICANTE

LA STAZIONE

IN TRENO

IL MARE

IL PESCATORE

LA CITTÀ ORIENTALE

IL VECCHIETTO DELLE OMBRE CINESI

L’UOMO DEL DESERTO

GLI AVVOLTOI

LA CITTÀ DEI TRISTI

IL DELFINO

SULLE TRACCE DELLA BANDA

IL CONTADINO

LA CITTÀ FRA I MONTI

IL BAMBINO METODICO

L’UOMO DELLA MONTAGNA

IL PIÙ BEL SORRISO DI CATERINA

NOTA FINALE DELL’AUTORE



A Caterina, quella piccola che cerca la banda

PREFAZIONE


Questo racconto è stato scritto appositamente per i curiosoni, per un semplice fatto: l’ultima parola è anche la prima, nonché la prima parola del titolo, nonché il nome della protagonista: Caterina.

I curiosoni, perciò, non dovranno fare la fatica di andare a curiosare l’ultima pagina, con il rischio di rovinarsi la lettura! Basterà leggere la prima parola del titolo, o la prima parola del racconto, oppure il nome della protagonista e automaticamente avranno letto anche l’ultima parola. Facile no?

P.s. alla luce di quanto detto, i curiosoni non sono assolutamente autorizzati a sentirsi autorizzati ad andare a leggere la penultima parola, per il solo gusto di sbirciare una scheggia di attesa proibita. La comprensibile frustrazione, derivante dalla preclusa possibilità di conoscere in furtivo anticipo l’ultimo petalo del libro, può essere sfogata al massimo leggendo una parola a caso non oltre la metà, oppure il prezzo, figurante nell’angolo inferiore sinistro sul retro della copertina.


La banda ha qualcosa di misterioso,

di dignitoso… qualcosa di antico.

È memoria.

CATERINA

IL RACCONTO DELLA NONNA


Caterina, all’età di cinque anni e sette mesi, partì alla ricerca della banda.

Tutto era iniziato tanto, tanto tempo prima, quando era ancora piccola, da un racconto della nonna: “Me la ricordo la banda.” Raccontava la nonna. “Quando veniva in paese era una festa. Io ero una dei primi a sentirla, dalla nostra casetta all’angolo del paese. Prima era lontana e soffusa, la musica: saliva verso il cielo, si spandeva nella piana e si perdeva tra le nuvole e i monti. Si sentivano i tamburi, soprattutto. Anche i tromboni.

“Quando però entrava in paese, per passare tra i muri stretti delle case doveva farsi stretta stretta e compatta: allora a mano a mano cominciavano a sentirsi tutti gli strumenti, i flauti, le trombe, i piatti e così via. I tromboni e i tamburi rimbombavano grassi e grossi. I vetri delle finestre tremavano.

“Io ero già da tempo sulla soglia.

“Mi piaceva correre avanti e anticipare la musica che andava ad infilarsi in tutti i vicoli: la sentivi avvicinarsi, piano piano. Mi piaceva pure vedere la gente affacciarsi dalle porte e dalle finestre e i bambini che uscivano correndo. Si sentiva fino all’altro capo del paese.

“Quando passava nei vicoli, la musica si colorava del sapore delle pietre.

“Poi correvo nella piazza,” raccontava la nonna, “dove la banda si fermava e si schierava su tre file. Ci stava stretta nella nostra piccola piazza. Erano tutti elegantissimi, vestiti di rosso, con i pennacchi in testa. Donne e uomini erano vestiti nello stesso modo. Avevano i bottoni d’oro.

“Ogni tanto smettevano di suonare. Ma anche il silenzio, in quelle pause, era musica. Era attesa.

“E poi cambiavano musica, ed erano una più bella dell’altra. E il direttore d’orchestra muoveva la bacchetta in modi sempre diversi: ticchettava, ondeggiava, vibrava. A volte dava dei colpettini in aria, e mi veniva da ridere: pensavo che qualcuno aveva sbagliato qualcosa e allora lui voleva bacchettarlo. Ma forse non era così.

“Se nevicava era ancora più bello: la neve si posava sui bandisti e sugli strumenti, leggera leggera. E la musica era più dolce, ovattata.

“A sera per festeggiare facevano i fuochi d’artificio. E gli schioppi dei fuochi entravano a far parte della musica: andavano a tempo con i tamburi e i piatti e tutto il resto! O forse era la banda che andava a tempo con i fuochi... non l’ho mai capito.

“Quando se ne andava mi venivano sempre i lucciconi e le correvo dietro fino alle ultime case. Qualche volta mi sono allontanata un po’ di più. Ma mi piaceva pure sentire la musica che si allontanava e si allargava verso il cielo e pensare che andava in altri posti. Che non si fermava mai.

“Eh, bei tempi quelli...”


Caterina aveva provato tante volte a immaginarsela, la banda. Si metteva sulla soglia di casa e aspettava di sentire la musica prima lontana lontana, poi sempre più vicina... Ma non ci riusciva. Nei vicoli, in quelle stradine tristi, strette, sonnacchiose, non riusciva a immaginare altro che il silenzio, o al massimo qualche gocciolio, o un frettoloso scalpiccio di passi.

Erano tanti anni ormai, più di cinque, che la banda non veniva più nel suo paese, nessuno sapeva il perché. Quasi nessuno, d’altronde, se lo chiedeva: i grandi pensavano alle cose da grandi, i bambini alle cose da bambini. Agli altri sembrava bastasse il sole quando c’era, i prati verdi d’estate ed i monti innevati d’inverno, il fuoco del camino, l’odore di legna, la polenta...

Ma lei era triste. Non c’era un motivo, era triste, punto. Quando il cielo era plumbeo e pioveva, si sentiva di quella stessa consistenza. Le piaceva guardare le goccioline sui vetri delle finestre e le ombre che le facevano sulla maglia e sulle mani. Quando c’era il sole le piaceva la luminosità delle cose, ma era una luminosità discreta, malinconica. La neve era la cosa che le piaceva di più: le piaceva vederla, toccarla. Qualche volta l’aveva mangiata, quella che era pulita però. Ma in tutto mancava qualcosa...

E in quel vuoto era la sua tristezza. Una tristezza antica, remota, tramandata dalle pietre delle case e dai cigolii delle porte.


Mancava la musica. Ma non la musica come presenza. Le mancava la musica come ricordo, la musica come memoria. Sua nonna la musica la ricordava, sapeva immaginarla, la portava dentro di sé. Caterina covava nel suo cuore solo il maestoso silenzio dei monti.

Guardava spesso i monti dalla finestrella più alta di casa sua, e le sembravano tristi.


ALLA RICERCA DELLA BANDA


Nevicava. L’altopiano si stendeva immenso, bianco e triste davanti a lei. Il suo paesino era là, all’angolo estremo dell’altipiano, poche case bianche e silenziose.

Le piaceva camminare sulla neve: le piaceva la consistenza della neve e il rumore che fa quando la pesti. Crr, crrrrr, crrrr, crrrr...

I pallocchetti le venivano vicino, posando sul bianco le loro orme gentili. Forse speravano che lei avesse un po’ di pane per loro. Lei allora staccava un pezzetto di pane dal panino che le aveva fatto la nonna e glielo sbriciolava davanti. E i pallocchetti mangiavano.

I pallocchetti, per chi non lo sapesse, sono i pettirossi.

In lontananza abbaiava un cane.



Al primo paese che incontrò, non molto lontano di lì, nessuno seppe dirle niente di preciso. I bambini non ne sapevano niente. Gli adulti rispondevano tutti più o meno così: “Ah, la banda! Sì, sì, me la ricordo vagamente...” E basta.

L’unico che le disse qualcosa era un vecchio. Stava seduto su una panchetta di pietra davanti ad una porta. La porta aveva una di quelle tende fatte di tante cordicelle colorate. Le cordicelle colorate danzavano al vento.

“Sì, sì!” Disse il vecchio masticando le parole con le gengive sdentate. “La banda! É passata stamattina di qua! Mi ha chiamato mia moglie e...”

“La mamma è morta, papà.” Disse uno da dentro, uno con una voce giovane e seria. “È morta vent’anni fa...”

“Ah già...” Il vecchio chinò la testa.

Passando davanti ad una chiesa, però, Caterina sentì una musica. Entrò. Ma dentro non c’era la banda: c’era solo un signore che suonava un organetto.

Caterina pensò che non aveva la minima idea di come fosse la musica di una banda.


Nei paesi successivi non ne sapevano di più: già era tanto se sapevano che cosa fosse una banda.

Tanto per fare un esempio: una volta Caterina aveva chiesto ad un bambino della banda e quello le aveva detto che la conosceva e che era capitata nel posto giusto. “Sei capitata nel posto giusto.” Disse proprio così.

Il ragazzo la portò in un posto un po’ fuori del paese. C’era una villa abbandonata. Caterina aveva un po’ di paura, anche perché stava scendendo la sera, ma lui insisteva che lì, a mezzanotte, si sarebbe riunita la banda.

I due aspettarono, nascosti dietro un cespuglio. Quando Caterina gli aveva chiesto perché dovessero stare nascosti dietro un cespuglio, il bambino le aveva risposto: “Fidati, è meglio. Potrebbe essere pericoloso.”

Caterina si chiese perché mai avrebbe dovuto essere pericolosa una banda.

Ma a mezzanotte lo capì: la banda di cui parlava il ragazzino, infatti, non era una banda di musicisti, quella che cercava lei. Era una banda di ragazzacci.

“La vedi? La vedi?” Le chiedeva il bambino tutto esaltato. “Eccola!” Naturalmente parlava a bassa voce.

“Dov’è?” Chiese Caterina.

“Ma eccola, non la vedi? É la terribile banda degli sconciati... sconigliati... sconclusionati... uff, non me lo ricordo mai!”

“Quelli? E perché sono vestiti così male?”

“Sono vestiti da duri. I duri si vestono così.”

“Ma non suonano?”

“Certo, suonano pure. Una volta hanno pure suonato a casa mia.”

Gli occhi di Caterina si illuminarono. “Hanno suonato a casa tua?” Davvero non riusciva ad immaginarsela una banda tutta dentro una casa. In casa sua avrebbero dovuto ficcarsi pure nel bagno per entrarci, oppure mettersi uno sull’altro.

“Già, di notte. Mio papà si è svegliato e gli ha fatto brutto, ma quelli erano già scappati.”

“Scappati?” Qualcosa non tornava. “E perché?”

“Come perché? Perché sennò il mio papà gli faceva passare la voglia. Il mio papà è forte...”

“E perché voleva fargli passare la voglia?”

“Perché non si fa. Si suona alle case solo se vuoi entrare, o se devi dire qualcosa a chi ci abita, non per scherzo. Non te l’hanno insegnato?”

Caterina capì: stava parlando dei campanelli delle porte. “Ma quella non è la banda che cerco io!” Protestò ad alta voce. “La banda che cerco io suona i flauti e le trombe, non i campanelli!”

“Shhh! Fai piano!” Disse il bambino tutto spaventato. “Se ci vedono chissà che ci fanno...”

Ma Caterina era già uscita dal nascondiglio. Senza degnarli di uno sguardo, passò in mezzo ai ragazzacci e tirò dritto per la sua strada. Aveva la fronte aggrottata e la bocca ammucchiata tutta in un punto.

E i ragazzacci, chissà perché, scapparono via urlando. Forse l’avevano presa per un fantasma.


Sembrava proprio che in tutto l’altipiano nessuno sapesse più niente della banda, e Caterina cominciava ormai a sfiduciarsi. Forse la banda non esisteva più. Forse non era mai esistita.

Arrivata ai confini dell’altopiano, dove iniziava la foresta, Caterina si sedette su un cumulo di neve a un lato della strada, con le braccia conserte. Aveva voglia di tornare a casa...

Era una bella giornata: il sole splendeva nel cielo limpido. Il candore della neve la abbagliava. Lacrime calde le sgorgavano dagli occhi socchiusi, anche se lei cercava di trattenersi.

Quando, dalla strada che s’inoltrava nel bosco, uscì un tizio con un calesse. Il calesse era guidato da un asinello.

“E che ci fai tu qua sola soletta?” Le chiese incuriosito il tizio del calesse.

“Cerco la banda.” Piagnucolò Caterina asciugandosi la faccia.

L’asinello la guardava. Aveva gli occhi tristi.

“Eh, la banda!” Sospirò il tizio del calesse. “Sono anni che non passa più da queste parti! Adesso gira le grandi città, la banda, attraversa il mondo intero!”

“E dove sta adesso?”

“E chi lo sa! Potrebbe essere ovunque! Ma fossi in te, io cercherei un po’ più in basso... Oltre la foresta, verso il mare, tutti sanno tutto: le notizie girano più facilmente quando non ci sono le montagne di mezzo.”

E così Caterina disse addio ai suoi monti e al suo altipiano. Erano tristi i monti, ed era triste pure l’altipiano: evidentemente non volevano che partisse. Ed anche Caterina era triste, le dispiaceva di lasciare la sua terra. Ma la sua nonna una volta le aveva detto che le partenze sono tristi perché così sono più gioiosi i ritorni.


IL CONCERTO NELLA FORESTA


La foresta cresceva in una conca tra due montagne e la strada passava proprio in fondo alla conca. La neve qua e là era riuscita ad arrivare a terra, ma di solito si fermava sui rami degli abeti.

C’erano tante cose belle nella foresta: il cinguettio degli uccellini, i ciclamini, i colori dei tronchi, il muschio, le farfalle, il cielo in mezzo ai rami, i ruscelli, gli scoiattoli, certe grosse rocce che uscivano ogni tanto dalla terra... A Caterina piaceva posare le mani sulle rocce e sentirne la solidità e i dossetti sotto le mani.

Nella foresta, però, c’erano anche tante cose brutte: i lupi, i rumori, le ombre degli alberi, i cespugli spinosi e così via.

Ma la cosa più brutta della foresta era la notte. Quando scendeva la notte la foresta diventava nera nera ed uscivano le bestie più feroci. Di notte c’era un gran silenzio, un silenzio così grande che faceva paura. E in un silenzio così grande anche i suoni più insignificanti diventavano giganteschi: i passi di una formica che camminava su una foglia diventavano i passi di un gigante; lo sfrigolio di una tarma diventava il ringhio di un leone; il fruscio del vento diventava il rombo di una frana; e così via.


Caterina affrettò il passo, per paura di essere sorpresa dalla notte ancora nella foresta. Ma la foresta non voleva finire.

“Ehi, zuzzurellina, dove corri?” Le chiese un cinghialotto. Al cinghialotto piaceva molto la parola “zuzzurellina”, ma non l’aveva mai potuta usare, perché nella foresta di zuzzurelline come lei ne passavano ben poche. Quella era la prima volta che la usava, ed era molto contento.

Il cinghialotto, naturalmente, è un cinghiale piccolo. E il cinghiale, non tutti lo sanno, è una specie di maiale marrone scuro, solo un po’ più grosso e peloso. E montagnoso anche.

Caterina lo guardò imbronciata. “Mi chiamo Caterina.” Disse. Non le piaceva essere chiamata con un nome diverso.


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